Quando l’arroganza veste l’abito talare.
“Ma se in un luogo non vi si ricevesse,
né vi si desse ascolto, andate via di là
e scuotete la polvere da sotto i vostri piedi
in testimonianza contro di essi”
(Vangelo di Marco, 6,11)
E’ la seconda volta che Angelo Pittau mi mette alla porta come persona non gradita. La prima qualche mese fa in margine a un convegno sul volontariato, l’ultima oggi, 28 settembre, in occasione della commemorazione del vescovo Antonio Tedde, a 30 anni dalla morte. Avanzando la pretestuosa motivazione che il convegno era a invito, mi ha chiesto di allontanami come persona, appunto, non gradita. Gli ho solo risposto che me ne andavo scuotendo la polvere da sotto i piedi come al versetto di Marco di cui sopra. Avrei dovuto ben capire che questo figuro nutre nei miei confronti un astio mal e mai celato: evidentemente non ama le persone che ritengono di avere un cervello e si sforzano di farlo funzionare. Appare evidente da più segnali che la chiesa, anche nel nostro territorio, oggi è ripiegata in una autocelebrazione del passato e della ritualità a scapito della profezia e della speranza. Non si coglie ricerca autentica. Non c’è vera inquietudine, quella produttiva del cambiamento. Nessun’ansia di rinnovamento. La gente si agita (o meglio la si manovra) moltissimo in mille iniziative ma non si riflette mai sulla prospettiva, sulla direzione da prendere per il domani. Non molto tempo fa mi permisi di suggerire un incontro-dibattito sui vari scandali del Vaticano: ottenni un netto rifiuto debolmente motivato da risibili motivazioni, come becero attacco anticlericale, menzogne dei mass-media, e simili idiozie.
Insomma la chiesa locale assomiglia sempre più a una consorteria di amici degli amici che a quella realtà in divenire che una volta si definiva popolo di Dio.
Stai tranquillo, Angelo Pittau: d’ora in poi mi guarderò bene dal frequentare i tuoi convegni e pseudo dibattiti sia pure promossi da un sedicente “centro culturale di alta formazione”!
Gian Paolo Marcialis
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sabato 29 settembre 2012
lunedì 17 settembre 2012
Hannannakaiu: Lettera al mio caro amico prete, Giovanni Pinna. ...
Hannannakaiu: Lettera al mio caro amico prete, Giovanni Pinna.
...: Lettera al mio caro amico prete, Giovanni Pinna. Caro Giovanni, ciò che ora mi accingo a scriverti avrei voluto dirtelo quando eri ancor...
Lettera al mio caro amico prete, Giovanni Pinna.
Caro Giovanni,
ciò che ora mi accingo a scriverti avrei voluto dirtelo quando eri ancora tra noi. Ma purtroppo la vita ci ha un po’ allontanati ed io non ho potuto comunicartelo. Sono tante le cose che mi hai lasciato. La prima cosa il tuo amore verso l’America Latina, in particolare il Perù: attraverso i tuoi racconti, che a volte duravano ore, io restavo incantata ad ascoltarti di quel mondo a me sconosciuto. Poi, nella vita e negli anni hai portato anche me ad amare quei posti meravigliosi e conoscere il modo di vivere di quei popoli, la loro povertà ma anche la loro gioia di vivere, nonostante tutto…
Mi hai fatto conoscere anche due grandi sacerdoti, Oscar Romero, ucciso sull’altare dalla dittatura salvadoregna perché aveva scelto di stare dalla parte dei poveri: anche tu ti sei sempre schierato dalla parte degli ultimi. L’altro è stato don Ignazio Garau, di Ussaramanna, grandissimo uomo e sacerdote: Anche lui ha fatto l’esperienza dell’America Latina, a Curanilahue, un piccolo centro minerario del Cile.
Conservo un ricordo indelebile delle messe celebrate in mezzo alla natura, dove ognuno di noi poteva parlare ed esprimere il proprio pensiero, nei campeggi di Sibiri e Perd’e Pibera con gli amici di Villacidro e Ussaramanna, San Gavino…
Ho un grande rimpianto: non averti potuto salutare quando non stavi più bene in salute e poterti
dire “grazie” per tutto quello che mi hai insegnato. Tu forse non te ne sei mai accorto, ma tutto quello che nella mia vita ho fatto, l’ho fatto grazie anche ai tuoi insegnamenti e alla tua testimonianza.
Grazie, Giovanni, perché tu sarai sempre nei miei pensieri più belli e positivi! Cercherò ancora di portare avanti tutte le belle cose che mi hai trasmesso: l’amore per la libertà, la giustizia, l’amicizia.
Ciao, Giovanni !
Fanari Giuliana
Caro Giovanni,
ciò che ora mi accingo a scriverti avrei voluto dirtelo quando eri ancora tra noi. Ma purtroppo la vita ci ha un po’ allontanati ed io non ho potuto comunicartelo. Sono tante le cose che mi hai lasciato. La prima cosa il tuo amore verso l’America Latina, in particolare il Perù: attraverso i tuoi racconti, che a volte duravano ore, io restavo incantata ad ascoltarti di quel mondo a me sconosciuto. Poi, nella vita e negli anni hai portato anche me ad amare quei posti meravigliosi e conoscere il modo di vivere di quei popoli, la loro povertà ma anche la loro gioia di vivere, nonostante tutto…
Mi hai fatto conoscere anche due grandi sacerdoti, Oscar Romero, ucciso sull’altare dalla dittatura salvadoregna perché aveva scelto di stare dalla parte dei poveri: anche tu ti sei sempre schierato dalla parte degli ultimi. L’altro è stato don Ignazio Garau, di Ussaramanna, grandissimo uomo e sacerdote: Anche lui ha fatto l’esperienza dell’America Latina, a Curanilahue, un piccolo centro minerario del Cile.
Conservo un ricordo indelebile delle messe celebrate in mezzo alla natura, dove ognuno di noi poteva parlare ed esprimere il proprio pensiero, nei campeggi di Sibiri e Perd’e Pibera con gli amici di Villacidro e Ussaramanna, San Gavino…
Ho un grande rimpianto: non averti potuto salutare quando non stavi più bene in salute e poterti
dire “grazie” per tutto quello che mi hai insegnato. Tu forse non te ne sei mai accorto, ma tutto quello che nella mia vita ho fatto, l’ho fatto grazie anche ai tuoi insegnamenti e alla tua testimonianza.
Grazie, Giovanni, perché tu sarai sempre nei miei pensieri più belli e positivi! Cercherò ancora di portare avanti tutte le belle cose che mi hai trasmesso: l’amore per la libertà, la giustizia, l’amicizia.
Ciao, Giovanni !
Fanari Giuliana
L MASSACRO DIMENTICATO
Israele / Palestina DI ROBERT FISK
independent.co.uk
Sabra e Chatila. Entrai in quel campo, ecco ciò che vidi
Quei ricordi, ovviamente, non si cancellano. Lo sa bene l’uomo che aveva perso la sua famiglia in un precedente massacro e poi vide, impotente, i giovani di Chatila costretti a mettersi in fila e a marciare verso la morte. Ma il tanfo dell’ingiustizia soffoca ancora i campi profughi nei quali esattamente 30 anni fa furono massacrati 1700 palestinesi. Nessuno è stato processato e tanto meno condannato per quel massacro, che persino uno scrittore israeliano paragonò all’assassinio dei partigiani jugoslavi ad opera dei simpatizzanti nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Sabra e Chatila sono un monumento eretto ai criminali che l’hanno fatta franca.
KHAKED ABU Noor era un adolescente, un futuro miliziano ed era partito per le montagne poco prima che i falangisti alleati di Israele facessero irruzione. Si sente in colpa per non aver potuto combattere contro i violentatori e gli assassini? “Il sentimento che ci accomuna è la depressione”, mi risponde. “Abbiamo chiesto giustizia, abbiamo invocato processi internazionali, ma nulla è accaduto.
Nemmeno una sola persona è stata ritenuta colpevole di quell’orrore. Nessuno è finito dinanzi ad un tribunale. Forse per questo abbiamo dovuto soffrire ancora nella guerra del 1986 (per mano dei libanesi sciiti) e forse per questo gli israeliani hanno potuto massacrare moltissimi palestinesi nel 2008-2009 durante l’invasione di Gaza. Se i responsabili del massacro di trenta anni fa fossero stati processati, non ci sarebbero stati i morti di Gaza”. Ha le sue ragioni per pensarla a questo modo. L’11 settembre a Manhattan decine di presidenti e primi ministri hanno fatto la fila per commemorare le vittime dell’attentato criminale al World Trade Center, ma nemmeno un leader occidentale ha avuto il coraggio di far visita alle fosse comuni sudice e spoglie di Sabra e Chatila. Ad onor del vero, va detto che in trenta anni nemmeno un solo leader arabo si è preso la briga di visitare il luogo in cui riposano almeno 600 delle 1700 vittime. I potenti del mondo arabo piangono, a parole, per la sorte dei palestinesi massacrati nei campi, ma nessuno ha voluto affrontare un breve volo per rendere omaggio a questi morti dimenticati.
E poi chi se la sente di offendere gli israeliani o gli americani?
Per ironia – ma significativa – del destino, il solo Paese che ha svolto una seria indagine ufficiale, pur finita in un nulla di fatto, è stato Israele. L’esercito israeliano lasciò entrare gli assassini nei campi e rimase a guardare senza intervenire mentre le atrocità si consumavano.
La testimonianza più significativa è quella fornita dal sottotenente israeliano Avi Grabowsky. La Commissione Kahan ritenne l’allora ministro della Difesa di Israele, Ariel Sharon, personalmente responsabile per aver consentito ai sanguinari falangisti anti-palestinesi di fare irruzione nei campi “per ripulirli dai terroristi” – rivelatisi inesistenti come le armi di distruzione di massa dell’Iraq 21 anni dopo. Sharon fu costretto a dimettersi, ma in seguito divenne primo ministro fin quando fu colpito da un ictus. Elie Hobeika, il leader della milizia cristiana libanese che guidò gli uomini nei campi – dopo che Sharon aveva detto ai falangisti che i palestinesi avevano appena assassinato il loro capo Bashir Gemayel – fu assassinato qualche anno dopo nella zona est di Beirut. I suoi nemici dissero che era stato ucciso dai siriani, i suoi amici incolparono gli israeliani. Hobeika, che aveva stretto una alleanza con i siriani, aveva appena annunciato che avrebbe “detto tutto” sulle atrocità di Sabra e Chatila dinanzi ad un tribunale belga che voleva processare Sharon.
Naturalmente quanti di noi entrarono nei campi il terzo e ultimo giorno del massacro – il 18 settembre 1982 – hanno i loro ricordi. Io ricordo il vecchio in pigiama disteso a terra supino nella strada principale del campo con accanto il suo innocente bastone da passeggio, le due donne e il bambino uccisi accanto a un cavallo morto, la casa privata nella quale mi nascosi dagli assassini insieme al collega del Washington Post, Loren Jenkins. Nel cortile della casa trovammo il cadavere di una giovane. Alcune donne erano state stuprate prima di essere uccise.
Ricordo anche la nuvola di mosche, l’odore penetrante della decomposizione. Queste cose le ricordo bene.
ABU MAHER ha 65 anni. La sua famiglia era fuggita da Safad, oggi Israele, e abitava nel campo profughi nei giorni del massacro. Sulle prime non voleva credere alle donne e ai bambini che gli dicevano di scappare. “Una vicina di casa cominciò ad urlare, guardai fuori e vidi mentre la uccisero con un colpo di arma da fuoco alla testa. La figlia tentò di fuggire; gli assassini la inseguirono gridando ‘Ammazziamola, ammazziamola, non ce la lasciamo sfuggire!’. Lanciò un grido verso di me, ma io non potevo fare nulla. Ma riuscì a salvarsi”. Le ripetute visite ai campi, anno dopo anno, hanno creato una sorta di narrazione ricca di stupefacenti particolari. Le indagini condotte da Karsten Tveit della Radio norvegese e da me hanno provato che molti uomini, proprio quelli che Abu Maher vide marciare ancora vivi dopo il massacro iniziale, in seguito furono consegnati dagli israeliani agli assassini falangisti che li tennero prigionieri e Beirut est per diversi giorni e, quando si resero conto che non potevano servirsene per scambiarli con ostaggi cristiani, li giustiziarono e li seppellirono in fosse comuni. Altrettanto atroci e crudeli le argomentazioni a favore del perdono. Perché ricordare alcune centinaia di palestinesi massacrati quando in 19 mesi in Siria furono uccise 25.000 persone?
I sostenitori di Israele e i critici del mondo musulmano negli ultimi due anni mi hanno scritto insultandomi per aver più volte raccontato il massacro di Sabra e Chatila, come se il mio resoconto di testimone di quelle atrocità fosse soggetto alla prescrizione. Sulla base dei miei interventi su Sabra e Chatila raffrontati con miei articoli sull’oppressione turca, un lettore mi ha scritto che “sono portato a concludere che nel caso di Sabra e Chatila, lei mostra un pregiudizio contro Israele. Giungo a questa conclusione per il numero sproporzionato di citazioni di questa atrocità…”. Ma è possibile esagerare nel ricordare un massacro?
La dottoressa Bayan al-Hout, vedova dell’ex ambasciatore a Beirut dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), ha scritto la più autorevole e dettagliata ricostruzione dei crimini di guerra di Sabra e Chatila – perché di questo si è trattato – ed è giunta alla conclusione che negli anni seguenti la gente aveva paura a ricordare.
“POI ALCUNI gruppi internazionali hanno cominciato a parlarne. Dobbiamo ricordare: le vittime portano ancora le cicatrici di quei fatti e ne saranno segnati anche coloro che debbono ancora nascere”. Alla fine del libro, al-Hout pone alcuni interrogativi difficili e pericolosi: “Gli assassini sono stati i soli responsabili? Possiamo definire criminali solo gli autori del massacro? Solo chi diede gli ordini può essere considerato responsabile? ”.
In altre parole, non è forse vero che il Libano aveva un parte di responsabilità a causa dei falangisti, Israele un’altra parte a causa del comportamento del suo esercito, l’Occidente un’altra parte per avere Israele come alleato e gli arabi un’altra parte per avere gli americani come alleati? Al-Hout chiude citando le parole con le quali il rabbino Abraham Heschel si scagliò contro la guerra del Vietnam: “In una società libera alcuni sono colpevoli, ma tutti sono responsabili”.
Versione originale:
Robert Fisk
Fonte: www.independent.co.uk
Link: http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/the-forgotten-massacre-8139930.html
15.09.2012
Versione italiana:
Fonte: www.ilfattoquotidiano.it
16.09.2012
Traduzione a cura di Carlo Biscotto
Israele / Palestina DI ROBERT FISK
independent.co.uk
Sabra e Chatila. Entrai in quel campo, ecco ciò che vidi
Quei ricordi, ovviamente, non si cancellano. Lo sa bene l’uomo che aveva perso la sua famiglia in un precedente massacro e poi vide, impotente, i giovani di Chatila costretti a mettersi in fila e a marciare verso la morte. Ma il tanfo dell’ingiustizia soffoca ancora i campi profughi nei quali esattamente 30 anni fa furono massacrati 1700 palestinesi. Nessuno è stato processato e tanto meno condannato per quel massacro, che persino uno scrittore israeliano paragonò all’assassinio dei partigiani jugoslavi ad opera dei simpatizzanti nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Sabra e Chatila sono un monumento eretto ai criminali che l’hanno fatta franca.
KHAKED ABU Noor era un adolescente, un futuro miliziano ed era partito per le montagne poco prima che i falangisti alleati di Israele facessero irruzione. Si sente in colpa per non aver potuto combattere contro i violentatori e gli assassini? “Il sentimento che ci accomuna è la depressione”, mi risponde. “Abbiamo chiesto giustizia, abbiamo invocato processi internazionali, ma nulla è accaduto.
Nemmeno una sola persona è stata ritenuta colpevole di quell’orrore. Nessuno è finito dinanzi ad un tribunale. Forse per questo abbiamo dovuto soffrire ancora nella guerra del 1986 (per mano dei libanesi sciiti) e forse per questo gli israeliani hanno potuto massacrare moltissimi palestinesi nel 2008-2009 durante l’invasione di Gaza. Se i responsabili del massacro di trenta anni fa fossero stati processati, non ci sarebbero stati i morti di Gaza”. Ha le sue ragioni per pensarla a questo modo. L’11 settembre a Manhattan decine di presidenti e primi ministri hanno fatto la fila per commemorare le vittime dell’attentato criminale al World Trade Center, ma nemmeno un leader occidentale ha avuto il coraggio di far visita alle fosse comuni sudice e spoglie di Sabra e Chatila. Ad onor del vero, va detto che in trenta anni nemmeno un solo leader arabo si è preso la briga di visitare il luogo in cui riposano almeno 600 delle 1700 vittime. I potenti del mondo arabo piangono, a parole, per la sorte dei palestinesi massacrati nei campi, ma nessuno ha voluto affrontare un breve volo per rendere omaggio a questi morti dimenticati.
E poi chi se la sente di offendere gli israeliani o gli americani?
Per ironia – ma significativa – del destino, il solo Paese che ha svolto una seria indagine ufficiale, pur finita in un nulla di fatto, è stato Israele. L’esercito israeliano lasciò entrare gli assassini nei campi e rimase a guardare senza intervenire mentre le atrocità si consumavano.
La testimonianza più significativa è quella fornita dal sottotenente israeliano Avi Grabowsky. La Commissione Kahan ritenne l’allora ministro della Difesa di Israele, Ariel Sharon, personalmente responsabile per aver consentito ai sanguinari falangisti anti-palestinesi di fare irruzione nei campi “per ripulirli dai terroristi” – rivelatisi inesistenti come le armi di distruzione di massa dell’Iraq 21 anni dopo. Sharon fu costretto a dimettersi, ma in seguito divenne primo ministro fin quando fu colpito da un ictus. Elie Hobeika, il leader della milizia cristiana libanese che guidò gli uomini nei campi – dopo che Sharon aveva detto ai falangisti che i palestinesi avevano appena assassinato il loro capo Bashir Gemayel – fu assassinato qualche anno dopo nella zona est di Beirut. I suoi nemici dissero che era stato ucciso dai siriani, i suoi amici incolparono gli israeliani. Hobeika, che aveva stretto una alleanza con i siriani, aveva appena annunciato che avrebbe “detto tutto” sulle atrocità di Sabra e Chatila dinanzi ad un tribunale belga che voleva processare Sharon.
Naturalmente quanti di noi entrarono nei campi il terzo e ultimo giorno del massacro – il 18 settembre 1982 – hanno i loro ricordi. Io ricordo il vecchio in pigiama disteso a terra supino nella strada principale del campo con accanto il suo innocente bastone da passeggio, le due donne e il bambino uccisi accanto a un cavallo morto, la casa privata nella quale mi nascosi dagli assassini insieme al collega del Washington Post, Loren Jenkins. Nel cortile della casa trovammo il cadavere di una giovane. Alcune donne erano state stuprate prima di essere uccise.
Ricordo anche la nuvola di mosche, l’odore penetrante della decomposizione. Queste cose le ricordo bene.
ABU MAHER ha 65 anni. La sua famiglia era fuggita da Safad, oggi Israele, e abitava nel campo profughi nei giorni del massacro. Sulle prime non voleva credere alle donne e ai bambini che gli dicevano di scappare. “Una vicina di casa cominciò ad urlare, guardai fuori e vidi mentre la uccisero con un colpo di arma da fuoco alla testa. La figlia tentò di fuggire; gli assassini la inseguirono gridando ‘Ammazziamola, ammazziamola, non ce la lasciamo sfuggire!’. Lanciò un grido verso di me, ma io non potevo fare nulla. Ma riuscì a salvarsi”. Le ripetute visite ai campi, anno dopo anno, hanno creato una sorta di narrazione ricca di stupefacenti particolari. Le indagini condotte da Karsten Tveit della Radio norvegese e da me hanno provato che molti uomini, proprio quelli che Abu Maher vide marciare ancora vivi dopo il massacro iniziale, in seguito furono consegnati dagli israeliani agli assassini falangisti che li tennero prigionieri e Beirut est per diversi giorni e, quando si resero conto che non potevano servirsene per scambiarli con ostaggi cristiani, li giustiziarono e li seppellirono in fosse comuni. Altrettanto atroci e crudeli le argomentazioni a favore del perdono. Perché ricordare alcune centinaia di palestinesi massacrati quando in 19 mesi in Siria furono uccise 25.000 persone?
I sostenitori di Israele e i critici del mondo musulmano negli ultimi due anni mi hanno scritto insultandomi per aver più volte raccontato il massacro di Sabra e Chatila, come se il mio resoconto di testimone di quelle atrocità fosse soggetto alla prescrizione. Sulla base dei miei interventi su Sabra e Chatila raffrontati con miei articoli sull’oppressione turca, un lettore mi ha scritto che “sono portato a concludere che nel caso di Sabra e Chatila, lei mostra un pregiudizio contro Israele. Giungo a questa conclusione per il numero sproporzionato di citazioni di questa atrocità…”. Ma è possibile esagerare nel ricordare un massacro?
La dottoressa Bayan al-Hout, vedova dell’ex ambasciatore a Beirut dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), ha scritto la più autorevole e dettagliata ricostruzione dei crimini di guerra di Sabra e Chatila – perché di questo si è trattato – ed è giunta alla conclusione che negli anni seguenti la gente aveva paura a ricordare.
“POI ALCUNI gruppi internazionali hanno cominciato a parlarne. Dobbiamo ricordare: le vittime portano ancora le cicatrici di quei fatti e ne saranno segnati anche coloro che debbono ancora nascere”. Alla fine del libro, al-Hout pone alcuni interrogativi difficili e pericolosi: “Gli assassini sono stati i soli responsabili? Possiamo definire criminali solo gli autori del massacro? Solo chi diede gli ordini può essere considerato responsabile? ”.
In altre parole, non è forse vero che il Libano aveva un parte di responsabilità a causa dei falangisti, Israele un’altra parte a causa del comportamento del suo esercito, l’Occidente un’altra parte per avere Israele come alleato e gli arabi un’altra parte per avere gli americani come alleati? Al-Hout chiude citando le parole con le quali il rabbino Abraham Heschel si scagliò contro la guerra del Vietnam: “In una società libera alcuni sono colpevoli, ma tutti sono responsabili”.
Versione originale:
Robert Fisk
Fonte: www.independent.co.uk
Link: http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/the-forgotten-massacre-8139930.html
15.09.2012
Versione italiana:
Fonte: www.ilfattoquotidiano.it
16.09.2012
Traduzione a cura di Carlo Biscotto
sabato 9 giugno 2012
Ior, Gotti Tedeschi ‘spiato’ da un medico. “Disfunzioni psicopatologiche, va cacciato”
I documenti che pubblichiamo in esclusiva oggi sarebbero una buona base per un legal thriller dentro le mura leonine. Nemmeno John Grisham e Dan Brown avevano ipotizzato la seguente scena descritta in una delle lettere: Pietro Lasalvia, “psicoterapeuta e ipnoterapeuta”, come scrive nell’incipit della sua roboante carta intestata (nella quale prosegue vantando le seguenti specializzazioni: “psicoterapia occupazionale; perfezionato in psichiatria di consultazione, e clinica pscicosomatica; specializzazione in psicoterapia; iscritto nell’elenco degli psicoterapeuti presso l’Ordine dei medici; professore a contratto presso il corso di laurea nella professione sanitaria, seconda facoltà di medicina e chirurgia La Sapienza”) nel marzo scorso arriva a scrivere una sorta di diagnosi a scoppio ritardato sul conto del presidente dello Ior. Lasalvia è un medico che si occupa della salute sul lavoro dei dipendenti dello Ior ed è in ottimi rapporti con Paolo Cipriani, il direttore generale, il vero uomo forte dello Ior, che è in forte contrasto con Gotti Tedeschi.
La festa di Natale
Prima delle feste di Natale 2011 viene invitato a un rinfresco allo Ior e, casualmente, per tutta la serata osserva a sua insaputa il comportamento del presidente dello Ior sotto il profilo medico per poi stilare un rapportino che finisce però solo tre mesi dopo, caualmente quando infuria lo scontro su Gotti, tramite la direzione generale dello Ior, sul tavolo della Segreteria di Stato. Questa sorta di certificato diventa così un’arma che i nemici del presidente brandiscono sulla sua testa e che dà forza e fondamento medico ad altri due documenti che pubblichiamo: la lettera del segretario del consiglio dello Ior Carl A. Anderson e la missiva del vicepresidente Ronaldo Hermann Schmitz. Entrambe le lettere dei due uomini forti dello Ior sono dirette a Tarcisio Bertone e contengono accuse pesantissime a Gotti Tedeschi.
Complotto giudaico-massonico
Le due lettere sono scritte alla vigilia del consiglio del 24 maggio che segnerà la sfiducia e la cacciata di Gotti Tedeschi e sono indirizzate al “primo ministro” del Vaticano per chiedere la testa di Gotti.
Nei giorni precedenti Gotti Tedeschi ha scritto una lettera al cardinale Tarcisio Bertone per affermare una tesi che non nasconde anche nei colloqui con alti prelati e personaggi delle istituzioni italiane. Il presidente dello Ior (che teme per la sua vita) sa di avere i giorni contati alla presidenza dello Ior. Con Bertone e i suoi referenti in Curia punta il dito contro un complotto massonico che vorrebbe farlo fuori. Indica anche i nomi dei suoi presunti nemici. Tra questi personaggi molto influenti non solo in Vaticano, come il notaio Antonio Maria Marocco di Torino, che in realtà è molto vicino al cardinale Tarcisio Bertone da decenni. Il presidente dello Ior poi cita l’avvocato Michele Briamonte dello studio Grande Stevens, che sarebbe secondo lui vicino alla lobby ebraica perché è uno dei fondatori della camera di commercio italo-israeliana della quale per la verità fanno parte anche personaggi di primissimo piano della vita pubblica italiana. I rapporti sono tesi con Gotti Tedeschi da quando aveva fatto dichiarazioni imprudenti, secondo la Segreteria di Stato, con la Procura di Roma, ammettendo l’esistenza di conti cifrati nello Ior.
Un mistero custodito con cura per decenni era stato spiattellato in un verbale dal presidente della Banca più riservata del mondo.
La fine
Da quel momento la fine di Gotti è segnata. Poi c’è il braccio di ferro a dicembre del 2011 sulla legge antiriciclaggio e i rapporti si fanno ancora più tesi quando le carte escono sul Fatto. Ma la goccia che fa traboccare il vaso è quando il neo nominato presidente del Monte Paschi di Siena, Alessandro Profumo, va a fare visita a Gotti Tedeschi e gli riferisce di avere ricevuto confidenze da personaggi influenti in Segreteria di Stato che Gotti Tedeschi di lì a pochi giorni sarà fatto fuori. Come a dire: “Non parlargli di cose delicate che ormai non conta più nulla”. Gotti Tedeschi viene fatto fuori il 24 maggio.
Due giorni prima il vicepresidente Hermann Schmitz, che ora è diventato presidente, scrive al Segretario di Stato Tarcisio Bertone: “Mi aspetto con fiducia che Sua Eminenza ponga fine immediatamente al mandato del presidente Gotti. Non desidero continuare a prestare servizio in un Consiglio con Gotti Tedeschi. Pertanto nel caso in cui il presidente non fosse sollevato dall’incarico dopo un voto di sfiducia da parte del Consiglio, rassegnerò le dimissioni entro e non oltre la fine di maggio 2012”. Nelle stesse ore il segretario del consiglio Carl A. Anderson scrive: “Sono giunto alla conclusione, dopo molte preghiere e riflessioni, che Gotti Tedeschi non sia in grado di guidare l’Istituto in tempi difficili come questi”. Le due lettere vanno lette alla luce del comunicato stampa di ieri del Vaticano.
Il bollettino della Santa Sede, dopo la premessa banale sulla “sorpresa e preoccupazione per l’inchiesta”, lancia un avvertimento allo Stato italiano “la Santa Sede ripone la massima fiducia nell’autorità giudiziaria italiana che le prerogative sovrane riconosciute alla Santa Sede dall’ordinamento internazionale siano adeguatamente vagliate e rispettate”. Poi, dopo la conferma dell’appoggio incondizionato al direttore generale dello Ior Cipriani, che Gotti Tedeschi avversava (“La Santa Sede conferma inoltre la sua piena fiducia nelle persone che dedicano la loro opera con impegno e professionalità all’Istituto per le Opere di Religione e sta esaminando con la massima cura l’eventuale lesività delle circostanze, nei confronti dei diritti propri e dei suoi organi”) arriva la parte più interessante, dedicata a Gotti Tedeschi:. “Si ribadisce, infine, che la mozione di sfiducia adottata nei confronti del Prof. Gotti Tedeschi da parte delConsiglio di Sovrintendenza è stata fondata su motivi oggettivi, attinenti alla governance dell’Istituto, e non determinata da una presunta opposizione alla linea della trasparenza, che anzi sta a cuore alle Autorità della Santa Sede, come allo Ior”.
Le perquisizioni
La linea di contrattacco del Vaticano dopo la perquisizione e il primo interrogatorio all’ex presidente dello Ior è arrivata ieri con un bollettino chiarissimo: Ettore Gotti Tedeschi non è stato cacciato dallo Ior perché voleva la trasparenza dei conti bancari e dei loro reali intestatari. I pm italiani non si azzardino a violare le prerogative dello Stato Vaticano andando dietro alle sue accuse, ai suoi memoriali, alle sue paure di essere ucciso e magari alle liste di conti correnti cifrati intestati ai vip laici che potrebbe avere compilato. Con il comunicato ufficiale emanato dalla Santa Sede ieri pomeriggio lo scontro tra Italia e Citta del Vaticano sale di livello.
25mila correntisti
E le carte che oggi pubblichiamo in esclusiva dimostrano quanto è duro lo scontro interno al Vaticano tra le due fazioni che si sono contrapposte sulla legislazione dei presidi contro il riciclaggio dentro la Città del Vaticano. La posta è enorme. Lo Ior amministra in depositi una cifra che dovrebbe oscillare attorno ai 9 miliardi di euro di patrimonio. Ci sono 25mila correntisti laici e questa indagine della magistratura italiana rischia di svelare anche i nomi dei vip. La vera partita in gioco è quella dei “conti laici anomali”, quelli dei quali Ettore Gotti Tedeschi ha parlato con i magistrati.
Tra le carte sequestrate a casa e nell’ufficio del banchiere ci sono anche elenchi di nomi di personaggi importanti, anche della politica, che potrebbero avere il conto presso lo Ior. Quella lista trovata a casa di Gotti Tedeschi sarebbe frutto di una sua ricerca. Probabilmente non si tratta di carte ufficiali o di contabili bancarie con il timbro Ior, perché a quelle il banchiere non aveva accesso. Bensì di informazioni che probabilmente aveva raccolto informalmente. Comunque sia, quella lista fa paura perché potrebbe incrinare il muro di anonimato dello Ior. E ancora di più fanno paura Oltretevere le inchieste che potrebbero nascere dalle accuse dell’ex presidente dello Ior che pare disposto a collaborare.
Per questa ragione ieri è arrivato il primo avvertimento, le lettere e i documenti inerenti all’attività della Banca del Vaticano non devono essere usate contro i manager Ior indagati dalla Procura di Roma, a partire da Paolo Cipriani. E non manca un messaggio per Gotti Tedeschi: la smetta di atteggiarsi a vittima della lobby “giudaico-massonica” favorevole alla scarsa trsparenza bancaria. E non si azzardi a collaborare con i pm di Roma e Napoli, come sembra intenzionato a fare dopo essere stato scaricato da tutti Oltretevere, perché altrimenti ce ne sarà anche per lui.
Segrete stanze
La Segreteria di Stato ieri con il suo comunicato ha voluto lanciare il primo messaggio perché sia chiaro a tutti che il presidente dell’Istituto Opere Religiose non è entrato in lotta di collisione con il Segretario di Stato Tarcisio Bertone perché voleva svelare alle autorità italiane chi c’era dietro i conti cifrati della banca vaticana. Il banchiere è stato accompagnato alla porta il 24 maggio con una lettera del Cavaliere Supremo dell’Ordine dei Cavalieri di Colombo Carl A. Anderson perché non sapeva fare il presidente ed era anche un po’ fuori di testa. Così si regolano le faccende in Vaticano.
Da Il Fatto Quotidiano del 9 giugno 2012
sabato 21 aprile 2012
Padre Balducci: Questa Italia di boss e corsari
Da MicroMega
Altrachiesa
Padre Balducci: Questa Italia di boss e corsari
Proponiamo un estratto dal libro "Siate ragionevoli chiedete l’impossibile" di Ernesto Balducci, in questi giorni in libreria per Chiarelettere. Il volume raccoglie i principali scritti politici di padre Balducci, tra i più grandi pensatori cristiani del Novecento.
di padre Ernesto Balducci
Della mafia, come della metafisica, dovrebbero parlare solo gli esperti. Ma mentre gli esperti della metafisica, rari e introvabili, possiamo lasciarli senza nostro danno ai loro soliloqui sublimi e inutili, gli esperti della mafia siamo costretti a sopportarli, quando gli avvenimenti li chiamano a ripeterci la lezione di circostanza, senza che al nostro intelletto esterrefatto giunga mai un barlume di luce. Anzi, di anno in anno, che dico?, di mese in mese il buio si fa sempre più buio.
E se cominciassimo a prendere la parola noi che esperti non siamo? Se cominciassimo, sgombrandoci di dosso ogni complesso di inferiorità, ad applicare anche a questo fenomeno complesso e misterioso i sani e semplici criteri dell’etica politica su cui si basa, o dovrebbe basarsi, la nostra coscienza di cittadini? Ebbene, dopo aver fatto per una giornata una rigorosa astinenza – non ho toccato un quotidiano, non ho ascoltato un giornale radio, per paura di imbattermi negli esperti governativi – provo a dire la mia.
E comincio con la considerazione più ovvia: la mafia è il segno del fallimento dello Stato, anzi è la crescita di uno Stato illegale dentro le viscere dello Stato legale. I due organismi vivono utilizzando gli stessi apparati: respirano la stessa aria, sono irrorati dallo stesso sangue. Vivono in simbiosi, insomma, tanto che la morte dell’uno sarebbe, stando così le cose, la morte dell’altro. Nessuna radioscopia vi permetterebbe di distinguerli l’uno dall’altro. Nello Stato legale si fa largo ricorso a espedienti illegali e nello Stato illegale si fa largo uso di espedienti legali.
Su questo sfondo, la mafia propriamente detta è una espressione particolare di un male oscuro che ormai investe l’intero apparato amministrativo dello Stato. Un amico imprenditore che opera a Milano ha cercato perfino il mio aiuto per sventare un costume ormai diventato normale in tutte le amministrazioni della penisola: quello delle tangenti nelle aste pubbliche. A suo giudizio non c’è in Italia un solo Comune che ne sia esente. Perfino alcuni amici parlamentari, competenti e onesti, ai quali ho esposto la questione, hanno scosso la testa e mi hanno detto: è vero, ma non c’è niente da fare! E così tutto continua, a tutt’oggi.
Chi si presenta al concorso si sente dire dall’impiegato addetto: «Scusi, lei ha una presentazione?». Un modo pulito per chiedere quale partito o comunque quale padrino il postulante ha alle spalle. La cultura della tangente è ormai la cultura base del paese di Mazzini e di Garibaldi. Se la mafia del Sud ci getta, come oggi, nella costernazione, è perché essa fa largo uso della eliminazione fisica di chiunque, come Libero Grassi, si opponga alla prassi illegale. Ma ci sono infiniti modi per rendere innocui gli onesti: l’uccisione è il metodo più primitivo.
La mafia potrebbe davvero scomparire solo se il principio della legalità diventasse nella coscienza collettiva quello che è di per sé: il modo più elementare di esercitare la responsabilità per il bene comune.
Ma che avviene? Mi pare di vederlo a occhio nudo.
Di anno in anno si fa sempre più diffuso uno spirito di rassegnazione che spesso diventa cinismo. Ma che forse non è, il cinismo, l’ultimo surrogato delle ideologie che nel passato davano una qualche tonalità ideale al nostro ceto politico? Io non arrivo a sospettare che la nostra nomenklatura sia in rapporti di collusione con la mafia. Ma sono certo che se non c’è una complicità programmata, c’è una complicità oggettiva, il cui segno evidente è la spartizione del potere, l’uso degli apparati pubblici per fini di parte, l’assegnazione delle prebende – si pensi ai posti direttivi nelle banche – secondo logiche di parte. Del resto, lo spregio della legalità è diventato un principio proclamato dalle più alte cattedre dello Stato come dimostrano i pubblici elogi fatti agli esponenti di Gladio e della P2.
Non ci salveremo da questo male se non ci sarà una insurrezione democratica [...] Il cosiddetto «paese legale» si è costituito come un corpo separato la cui sopravvivenza impone metodi troppo affini a quelli della mafia. La parete di separazione va abbattuta, i criteri di rappresentanza vanno ripensati, le regole dello stato di diritto devono essere in grado di tener soggetto ogni potere, economico, politico, culturale, al criterio sommo del bene comune. Le segregazioni ideologiche non hanno più senso, e i monumenti viventi che fanno ombra al paese vanno calati giù dal piedistallo. Si accumulano di mese in mese i segnali dell’urgenza di questa operazione. Dobbiamo creare un nuovo Stato che abbia senso anche per le popolazioni del Sud per le quali, dall’Unità in poi, lo Stato ha voluto dire una vergognosa subalternità a poteri politici ed economici insediati altrove. È in questo vuoto che è nata la mafia, metabolizzando, in forme adatte al clima, un male imperversante nell’intero paese.
Un giorno Alessandro Magno riuscì a catturare un pericoloso corsaro. «Non ti vergogni – gli disse – di impadronirti delle navi con la forza?» «Io – gli rispose il corsaro – conquisto le navi, tu conquisti gli imperi: che differenza c’è?» Nell’antico apologo ci sono tutti i termini per un dialogo tra un boss di Palermo e un boss di Roma. E noi continuiamo a gettar fiori sulle bare, con le lacrime agli occhi.
da «Il Secolo XIX», 1° settembre 1991
Da MicroMega
Altrachiesa
Ernesto Balducci, un maestro da riscoprire
Pubblichiamo la prefazione di don Andrea Gallo a "Siate ragionevoli chiedete l’impossibile" di Ernesto Balducci (Chiarelettere).
di don Andrea Gallo
Ernesto Balducci è stato uno straordinario testimone del Vangelo e credo che più che un personaggio da commemorare, a vent’anni dalla morte, sia un uomo da ascoltare e da studiare.
Sono stato sul monte Amiata, a Santa Fiora (Grosseto), il paese dove padre Balducci è nato nel 1922, e ho fatto il percorso dalla Badia Fiesolana a Santa Fiora come un pellegrinaggio. È proprio a Santa Fiora che avviene la «svolta antropologica», l’affermazione della centralità dell’essere umano e insieme la necessità di una vera e propria riconversione del nostro modo di pensare e di agire. Questa è una terra straordinaria, dove è ancora viva la memoria di David Lazzaretti, il «profeta dell’Amiata» ucciso nel 1878 dalla Guardia regia, come quella dei martiri fucilati durante la Resistenza mentre difendevano le miniere in cui lavoravano, minacciate dall’esercito tedesco in ritirata. «Quando più alto in me si fa il fastidio morale per questo mondo – scrive Balducci –, mi capita di tornare a quegli anni lontani, in quella piccola scuola invasa dalla tramontana, dove l’ideologia della prepotenza cercava di corromperci. Non c’è riuscita. Ma mentre Eraldo, Mauro, Luigi e gli altri hanno pagato con la vita… io, noi sopravvissuti, che andiamo facendo?»
Abbiamo sotto gli occhi l’insostenibilità politica e sociale di un modello di sviluppo che ha mostrato tutta la sua inadeguatezza. Dobbiamo muoverci, in questo senso è proprio la parola e la testimonianza di padre Ernesto a spronarci. Balducci per me è un maestro e non smetto mai di ricordarlo in ogni incontro e occasione pubblica. Dobbiamo leggere padre Balducci, è lui a insegnarci che dobbiamo «osare la speranza». Abbiamo bisogno di un nuovo paradigma culturale, non c’è più tempo da perdere. Dobbiamo ripensare la nostra civiltà e il nostro modello di convivenza secondo un’ottica che sia globale, planetaria. E allora basta competizione sfrenata, ci vuole solidarietà, ma una solidarietà liberatrice e responsabile, ben diversa dall’assistenzialismo che conosciamo e che ci tiene lontani dall’altro, mettendoci a posto la coscienza con la retorica dei buoni sentimenti.
La parola di padre Balducci ci viene incontro con la forza di una rivelazione: «Viviamo in una società che, con la complicità di tutti, solleva alcune persone sui piedistalli dell’ammirazione sconfinata e della sconfinata gratificazione economica, senza che a questa glorificazione facciano riscontro valori veramente umani» («La droga del successo», 1991). E ancora:
«Spinti dal nostro feticismo produttivo, noi stiamo avanzando in regioni spaventose, quelle del benessere vuoto di ogni valore» («Quei suicidi al tramonto della speranza», 1990). La nuova cultura planetaria che siamo chiamati con urgenza a costruire è agli antipodi del consumismo e dello sfruttamento. «La cultura della competizione [...] è condannata non solo dalla coscienza – ci ammonisce padre Ernesto –, ma dall’istinto di sopravvivenza. I valori alternativi sono, non dico possibili, ma necessari» («Le attese tradite dietro la droga», 1988). Dobbiamo ritornare a essere soggetti delle nostre vite e così anche della storia dell’uomo, una storia che deve diventare redentrice.
Ho ascoltato padre Balducci a Genova pochi giorni prima della sua tragica scomparsa in un incidente stradale. Le sue parole mi hanno conquistato. Ancora oggi porto dentro di me la sua lezione, l’importanza dell’«uomo inedito», dell’«uomo nascosto» che è patrimonio di ogni cultura e di ogni religione. Un uomo nascosto nel profondo di ciascuno di noi. «Nella natura dell’uomo – scrive padre Balducci – c’è tutto, ci sono possibilità che non hanno ancora trovato espressione. Le religioni devono tutte rigenerarsi nella loro sorgente nascosta [...] Le religioni hanno una forma edita, in quanto sono entrate a far parte di una cultura, l’hanno alimentata, l’hanno magari anche generata, ma hanno subito i condizionamenti della realtà storica dell’uomo e si sono macchiate di violenza. C’è però alla loro radice una ispirazione di fondo che le rende omogenee alle attese dell’uomo nascosto e che fa di esse dei veri messaggi di pace.» E ancora: «C’è in noi quello che chiamavo, con Bloch, l’homo absconditus: un uomo che non trova il suo linguaggio adeguato nell’homo editus. Non c’è una lingua che traduca le attese, le aspettative, le possibilità reali dell’homo absconditus. Potremmo dire che la sua attesa è quella della profezia» («L’homo editus e l’homo absconditus», 1993).
Un nuovo mondo è possibile? Padre Balducci ha annunciato le grandi contraddizioni del Terzo millennio. La minaccia ecologica, prima di tutto, e vediamo che i vertici mondiali sul clima non riescono a combinare nulla di concreto. «Ogni patto sociale viene meno quando entra in gioco la sicurezza della sopravvivenza. Allora le responsabilità tornano là dove è la vera sorgente di ogni sovranità, tornano nelle nostre mani» («Essere o non essere», 1988). Ma noi siamo chiusi come in una fortezza, la paura del diverso genera violenza ed emarginazione. La scienza e la tecnica hanno modificato la comprensione e la dinamica della vita, provocando l’accelerazione del tempo vitale e l’alterazione drammatica dei ritmi naturali. Il pianeta terra è ormai come un missile che viaggia a velocità supersonica, senza freni.
È venuto allora il momento di costruire la democrazia della terra. La terra che abitiamo, sorgente di vita, da preservare come casa comune. «La vera coscienza rivoluzionaria non è quella di classe, è quella di specie» («Tutti insieme per non scomparire», 1989). Dobbiamo dar vita a un contratto sociale, su scala planetaria, che permetta a ogni paese di preservare i propri valori e l’identità del suo popolo, la diversità culturale, le ricchezze e le bellezze naturali. Dobbiamo costruire un paradigma di civiltà che sia fondato sul ben-vivere e non solo sul ben-essere, che poi finisce col diventare ben-avere, generando quella diseguaglianza sociale che vediamo sempre di più nelle nostre città. Ognuno deve sentirsi cittadino della terra, e per questo ci vuole una grande campagna di educazione, soprattutto tra i giovani. L’Italia deve essere in prima linea. Ma dove sono finiti i veri cristiani? Gesù ha detto: «Io sono venuto per servire, non per essere servito». C’è bisogno di un cristianesimo più autentico. Padre Ernesto Balducci è ancora vivo e ci indica la strada. Basta volerlo ascoltare e studiare.
(19 aprile 2012)
Da MicroMega
Altrachiesa
Padre Balducci: Questa Italia di boss e corsari
Proponiamo un estratto dal libro "Siate ragionevoli chiedete l’impossibile" di Ernesto Balducci, in questi giorni in libreria per Chiarelettere. Il volume raccoglie i principali scritti politici di padre Balducci, tra i più grandi pensatori cristiani del Novecento.
di padre Ernesto Balducci
Della mafia, come della metafisica, dovrebbero parlare solo gli esperti. Ma mentre gli esperti della metafisica, rari e introvabili, possiamo lasciarli senza nostro danno ai loro soliloqui sublimi e inutili, gli esperti della mafia siamo costretti a sopportarli, quando gli avvenimenti li chiamano a ripeterci la lezione di circostanza, senza che al nostro intelletto esterrefatto giunga mai un barlume di luce. Anzi, di anno in anno, che dico?, di mese in mese il buio si fa sempre più buio.
E se cominciassimo a prendere la parola noi che esperti non siamo? Se cominciassimo, sgombrandoci di dosso ogni complesso di inferiorità, ad applicare anche a questo fenomeno complesso e misterioso i sani e semplici criteri dell’etica politica su cui si basa, o dovrebbe basarsi, la nostra coscienza di cittadini? Ebbene, dopo aver fatto per una giornata una rigorosa astinenza – non ho toccato un quotidiano, non ho ascoltato un giornale radio, per paura di imbattermi negli esperti governativi – provo a dire la mia.
E comincio con la considerazione più ovvia: la mafia è il segno del fallimento dello Stato, anzi è la crescita di uno Stato illegale dentro le viscere dello Stato legale. I due organismi vivono utilizzando gli stessi apparati: respirano la stessa aria, sono irrorati dallo stesso sangue. Vivono in simbiosi, insomma, tanto che la morte dell’uno sarebbe, stando così le cose, la morte dell’altro. Nessuna radioscopia vi permetterebbe di distinguerli l’uno dall’altro. Nello Stato legale si fa largo ricorso a espedienti illegali e nello Stato illegale si fa largo uso di espedienti legali.
Su questo sfondo, la mafia propriamente detta è una espressione particolare di un male oscuro che ormai investe l’intero apparato amministrativo dello Stato. Un amico imprenditore che opera a Milano ha cercato perfino il mio aiuto per sventare un costume ormai diventato normale in tutte le amministrazioni della penisola: quello delle tangenti nelle aste pubbliche. A suo giudizio non c’è in Italia un solo Comune che ne sia esente. Perfino alcuni amici parlamentari, competenti e onesti, ai quali ho esposto la questione, hanno scosso la testa e mi hanno detto: è vero, ma non c’è niente da fare! E così tutto continua, a tutt’oggi.
Chi si presenta al concorso si sente dire dall’impiegato addetto: «Scusi, lei ha una presentazione?». Un modo pulito per chiedere quale partito o comunque quale padrino il postulante ha alle spalle. La cultura della tangente è ormai la cultura base del paese di Mazzini e di Garibaldi. Se la mafia del Sud ci getta, come oggi, nella costernazione, è perché essa fa largo uso della eliminazione fisica di chiunque, come Libero Grassi, si opponga alla prassi illegale. Ma ci sono infiniti modi per rendere innocui gli onesti: l’uccisione è il metodo più primitivo.
La mafia potrebbe davvero scomparire solo se il principio della legalità diventasse nella coscienza collettiva quello che è di per sé: il modo più elementare di esercitare la responsabilità per il bene comune.
Ma che avviene? Mi pare di vederlo a occhio nudo.
Di anno in anno si fa sempre più diffuso uno spirito di rassegnazione che spesso diventa cinismo. Ma che forse non è, il cinismo, l’ultimo surrogato delle ideologie che nel passato davano una qualche tonalità ideale al nostro ceto politico? Io non arrivo a sospettare che la nostra nomenklatura sia in rapporti di collusione con la mafia. Ma sono certo che se non c’è una complicità programmata, c’è una complicità oggettiva, il cui segno evidente è la spartizione del potere, l’uso degli apparati pubblici per fini di parte, l’assegnazione delle prebende – si pensi ai posti direttivi nelle banche – secondo logiche di parte. Del resto, lo spregio della legalità è diventato un principio proclamato dalle più alte cattedre dello Stato come dimostrano i pubblici elogi fatti agli esponenti di Gladio e della P2.
Non ci salveremo da questo male se non ci sarà una insurrezione democratica [...] Il cosiddetto «paese legale» si è costituito come un corpo separato la cui sopravvivenza impone metodi troppo affini a quelli della mafia. La parete di separazione va abbattuta, i criteri di rappresentanza vanno ripensati, le regole dello stato di diritto devono essere in grado di tener soggetto ogni potere, economico, politico, culturale, al criterio sommo del bene comune. Le segregazioni ideologiche non hanno più senso, e i monumenti viventi che fanno ombra al paese vanno calati giù dal piedistallo. Si accumulano di mese in mese i segnali dell’urgenza di questa operazione. Dobbiamo creare un nuovo Stato che abbia senso anche per le popolazioni del Sud per le quali, dall’Unità in poi, lo Stato ha voluto dire una vergognosa subalternità a poteri politici ed economici insediati altrove. È in questo vuoto che è nata la mafia, metabolizzando, in forme adatte al clima, un male imperversante nell’intero paese.
Un giorno Alessandro Magno riuscì a catturare un pericoloso corsaro. «Non ti vergogni – gli disse – di impadronirti delle navi con la forza?» «Io – gli rispose il corsaro – conquisto le navi, tu conquisti gli imperi: che differenza c’è?» Nell’antico apologo ci sono tutti i termini per un dialogo tra un boss di Palermo e un boss di Roma. E noi continuiamo a gettar fiori sulle bare, con le lacrime agli occhi.
da «Il Secolo XIX», 1° settembre 1991
Da MicroMega
Altrachiesa
Ernesto Balducci, un maestro da riscoprire
Pubblichiamo la prefazione di don Andrea Gallo a "Siate ragionevoli chiedete l’impossibile" di Ernesto Balducci (Chiarelettere).
di don Andrea Gallo
Ernesto Balducci è stato uno straordinario testimone del Vangelo e credo che più che un personaggio da commemorare, a vent’anni dalla morte, sia un uomo da ascoltare e da studiare.
Sono stato sul monte Amiata, a Santa Fiora (Grosseto), il paese dove padre Balducci è nato nel 1922, e ho fatto il percorso dalla Badia Fiesolana a Santa Fiora come un pellegrinaggio. È proprio a Santa Fiora che avviene la «svolta antropologica», l’affermazione della centralità dell’essere umano e insieme la necessità di una vera e propria riconversione del nostro modo di pensare e di agire. Questa è una terra straordinaria, dove è ancora viva la memoria di David Lazzaretti, il «profeta dell’Amiata» ucciso nel 1878 dalla Guardia regia, come quella dei martiri fucilati durante la Resistenza mentre difendevano le miniere in cui lavoravano, minacciate dall’esercito tedesco in ritirata. «Quando più alto in me si fa il fastidio morale per questo mondo – scrive Balducci –, mi capita di tornare a quegli anni lontani, in quella piccola scuola invasa dalla tramontana, dove l’ideologia della prepotenza cercava di corromperci. Non c’è riuscita. Ma mentre Eraldo, Mauro, Luigi e gli altri hanno pagato con la vita… io, noi sopravvissuti, che andiamo facendo?»
Abbiamo sotto gli occhi l’insostenibilità politica e sociale di un modello di sviluppo che ha mostrato tutta la sua inadeguatezza. Dobbiamo muoverci, in questo senso è proprio la parola e la testimonianza di padre Ernesto a spronarci. Balducci per me è un maestro e non smetto mai di ricordarlo in ogni incontro e occasione pubblica. Dobbiamo leggere padre Balducci, è lui a insegnarci che dobbiamo «osare la speranza». Abbiamo bisogno di un nuovo paradigma culturale, non c’è più tempo da perdere. Dobbiamo ripensare la nostra civiltà e il nostro modello di convivenza secondo un’ottica che sia globale, planetaria. E allora basta competizione sfrenata, ci vuole solidarietà, ma una solidarietà liberatrice e responsabile, ben diversa dall’assistenzialismo che conosciamo e che ci tiene lontani dall’altro, mettendoci a posto la coscienza con la retorica dei buoni sentimenti.
La parola di padre Balducci ci viene incontro con la forza di una rivelazione: «Viviamo in una società che, con la complicità di tutti, solleva alcune persone sui piedistalli dell’ammirazione sconfinata e della sconfinata gratificazione economica, senza che a questa glorificazione facciano riscontro valori veramente umani» («La droga del successo», 1991). E ancora:
«Spinti dal nostro feticismo produttivo, noi stiamo avanzando in regioni spaventose, quelle del benessere vuoto di ogni valore» («Quei suicidi al tramonto della speranza», 1990). La nuova cultura planetaria che siamo chiamati con urgenza a costruire è agli antipodi del consumismo e dello sfruttamento. «La cultura della competizione [...] è condannata non solo dalla coscienza – ci ammonisce padre Ernesto –, ma dall’istinto di sopravvivenza. I valori alternativi sono, non dico possibili, ma necessari» («Le attese tradite dietro la droga», 1988). Dobbiamo ritornare a essere soggetti delle nostre vite e così anche della storia dell’uomo, una storia che deve diventare redentrice.
Ho ascoltato padre Balducci a Genova pochi giorni prima della sua tragica scomparsa in un incidente stradale. Le sue parole mi hanno conquistato. Ancora oggi porto dentro di me la sua lezione, l’importanza dell’«uomo inedito», dell’«uomo nascosto» che è patrimonio di ogni cultura e di ogni religione. Un uomo nascosto nel profondo di ciascuno di noi. «Nella natura dell’uomo – scrive padre Balducci – c’è tutto, ci sono possibilità che non hanno ancora trovato espressione. Le religioni devono tutte rigenerarsi nella loro sorgente nascosta [...] Le religioni hanno una forma edita, in quanto sono entrate a far parte di una cultura, l’hanno alimentata, l’hanno magari anche generata, ma hanno subito i condizionamenti della realtà storica dell’uomo e si sono macchiate di violenza. C’è però alla loro radice una ispirazione di fondo che le rende omogenee alle attese dell’uomo nascosto e che fa di esse dei veri messaggi di pace.» E ancora: «C’è in noi quello che chiamavo, con Bloch, l’homo absconditus: un uomo che non trova il suo linguaggio adeguato nell’homo editus. Non c’è una lingua che traduca le attese, le aspettative, le possibilità reali dell’homo absconditus. Potremmo dire che la sua attesa è quella della profezia» («L’homo editus e l’homo absconditus», 1993).
Un nuovo mondo è possibile? Padre Balducci ha annunciato le grandi contraddizioni del Terzo millennio. La minaccia ecologica, prima di tutto, e vediamo che i vertici mondiali sul clima non riescono a combinare nulla di concreto. «Ogni patto sociale viene meno quando entra in gioco la sicurezza della sopravvivenza. Allora le responsabilità tornano là dove è la vera sorgente di ogni sovranità, tornano nelle nostre mani» («Essere o non essere», 1988). Ma noi siamo chiusi come in una fortezza, la paura del diverso genera violenza ed emarginazione. La scienza e la tecnica hanno modificato la comprensione e la dinamica della vita, provocando l’accelerazione del tempo vitale e l’alterazione drammatica dei ritmi naturali. Il pianeta terra è ormai come un missile che viaggia a velocità supersonica, senza freni.
È venuto allora il momento di costruire la democrazia della terra. La terra che abitiamo, sorgente di vita, da preservare come casa comune. «La vera coscienza rivoluzionaria non è quella di classe, è quella di specie» («Tutti insieme per non scomparire», 1989). Dobbiamo dar vita a un contratto sociale, su scala planetaria, che permetta a ogni paese di preservare i propri valori e l’identità del suo popolo, la diversità culturale, le ricchezze e le bellezze naturali. Dobbiamo costruire un paradigma di civiltà che sia fondato sul ben-vivere e non solo sul ben-essere, che poi finisce col diventare ben-avere, generando quella diseguaglianza sociale che vediamo sempre di più nelle nostre città. Ognuno deve sentirsi cittadino della terra, e per questo ci vuole una grande campagna di educazione, soprattutto tra i giovani. L’Italia deve essere in prima linea. Ma dove sono finiti i veri cristiani? Gesù ha detto: «Io sono venuto per servire, non per essere servito». C’è bisogno di un cristianesimo più autentico. Padre Ernesto Balducci è ancora vivo e ci indica la strada. Basta volerlo ascoltare e studiare.
(19 aprile 2012)
domenica 1 aprile 2012
Boom di armi in Africa
Da Nigrizia
Ricerca Sipri
Boom di armi in Africa
Negli ultimi 5 anni, è stato acquistato nel continente oltre il 53% in più dei grandi sistemi d'arma rispetto al periodo precedente. Impennata nei paesi della sponda sud del Mediterraneo, in Sudafrica, Nigeria e Uganda. A livello globale, la spesa per armamenti è cresciuta del 24%.
Ci sarà pure la crisi, ma le armi continuano ad affluire in modo copioso in Africa. Sembrano non risentire della recessione in atto. Il Sipri, l'Istituto internazionale sulla pace di Stoccolma - tra i più accreditati nel condurre ricerche in materia di conflitti e impegnato nello studio sulle spese degli armamenti - ha messo a confronto i dati del quinquennio 2002-2006 con quelli del 2007-2011.
Scoprendo che c'è stato un aumento di oltre il 53% di importazione in Africa dei grandi sistemi d'arma convenzionali (aerei, elicotteri, carri armati, autoblindo, pezzi di artiglieria, sensori radar, sistemi di difesa aerea, missili, navi di oltre 100 tonnellate con cannoni, motori per aerei e veicoli armati, torrette per natanti e veicoli armati. Le cosiddette "armi leggere" o "piccole armi" non sono incluse nella statistica Sipri).
Così oggi il continente pesa oltre il 10% (13.329 milioni di dollari per un volume totale di trasferimenti di 128.343 milioni) a livello planetario, quando cinque anni prima era fermo all'8,3 (8.660 milioni di dollari contro 103.743 milioni). Dati che tengono conto anche dell'Egitto, mentre il Sipri colloca Il Cairo nel Medio Oriente.
L'impennata si è avuta grazie agli acquisti di armi avvenuti nella sponda sud del Mediterraneo. Una crescita del Nord Africa di oltre il 72% (da 5.099 milioni a 8.722). Mentre per l'Africa Sub-sahariana la crescita è stata del 29% (da 3.561 milioni a 4.607).
Il record, in termini di crescita, l'ha conquistato il Marocco, con un più 443% rispetto al quinquennio 2002-2006. Grazie, in particolare alla performance del 2011, che ha visto Rabat importare armi per un valore complessivo di 1.558 milioni di dollari. Tra gli acquisti eccellenti troviamo 16 F16, aerei da combattimento, dagli Usa; 27 aerei Mf 2000 dalla Francia; una fregata dall'Olanda...
Algeri, tuttavia, resta inarrivabile come spesa militare, posizionandosi in testa nell'ultimo quinquennio: 4.644 milioni di dollari, quattro volte tanto la spesa del periodo precedente (1.141 milioni). Grande fornitore algerino rimane la Russia (4.301).
Nell'Africa Sub-sahariana, il Sudafrica da solo rappresenta il 41% delle importazioni d'armi, quasi raddoppiando la quota del periodo 2002-2006 (1.842 milioni contro 977). In calo il Sudan (415 milioni contro 739), mentre in fortissima ascesa la Nigeria (406 milioni contro 86) e l'Uganda (334 rispetto ai 76 del quinquennio precedente). Sorprende anche l'attivismo della Guinea Equatoriale, ben rifornita dall'Ucraina (194 milioni) e da Israele (70 milioni).
Per quanto riguarda i dati generali, i trasferimenti mondiali di armi continuano a crescere a doppia cifra: più 24% nel periodo 2007-2011 rispetto al quinquennio precedente. La regione Asia-Oceania rappresenta ormai il 44% delle importazioni mondiali di armamenti, mentre i primi esportatori sono gli Stati Uniti (30%).
Il maggior cliente dei "mercanti di morte" si conferma l'India, che vale da sola il 10% delle importazioni mondiali. Crescono le spese militari del gigante asiatico: nel 2012-2013 aumenteranno del 17%, per raggiungere quota 40 miliardi di dollari, il doppio circa di quanto investa l'Italia. Delhi sta diversificando le fonti di approvvigionamento e sviluppando un'industria nazionale.
In evoluzione anche bilancio della difesa cinese, in crescita dell'11,2% nel 2012. Nell'ultimo decennio è più che triplicato: era di 27,9 miliardi di dollari nel 2000, è arrivato a 91,5 nel 2012. (Giba)
Nigrizia - 30/03/2012
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