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martedì 7 febbraio 2012

Difendiamo i nostri ragazzi

dal fondamentalismo:

il caso Opus Dei

di Anna Rita Longo









Chi si avvicina in giovane età all'Opera è destinato a precipitare in una lenta, ma inesorabile spirale di fondamentalismo. Una soluzione? Divulgare la conoscenza della vera realtà dell'Opus Dei così come di altre situazioni manipolatorie

Sulle vetrate di un rinomato liceo cittadino sono stati esposti i tabelloni con gli esiti dell’anno scolastico appena terminato. Una ragazza dall’abbigliamento sobrio e un po’ rétro sta prendendo diligentemente degli appunti sul proprio taccuino. Si sofferma sui primi di ogni classe e ne trascrive sollecitamente i nomi. Penserà poi a prendere informazioni sugli studenti in questione e a mettere in atto tecniche personalizzate di approccio.

Tutto può cominciare così, con un nome su un taccuino e l’invito a partecipare a una generica attività tra l’impegnato e il ricreativo. Su un adolescente di 14 anni o poco più il clima affettuoso, le attenzioni, i viaggi, la “bella gente” e l’atmosfera internazionale esercitano un’attrazione irresistibile. Nessuno, dapprincipio, pronuncia quel nome – Opus Dei – e, anche se lo facesse, quanti ragazzi, quante delle loro famiglie hanno mai sentito nominare la milizia di Dio, fondata da san Josemaría Escrivá De Balaguer? Il distacco da ciò che era la vita di prima, dalla famiglia e dagli affetti, dalle proprie aspirazioni e dai propri sogni comincerà con gradualità, si farà strada silentemente, fino al momento in cui ci si annullerà in nome dell’Opera. Tutto questo anche prima dei 18 anni.

La potenza tentacolare dell’Opus Dei si nutre di segretezza e di silenzio. “Umiltà personale e collettiva” è la motivazione ufficiale: si tratterebbe, in ultima analisi, del precetto evangelico di “non far sapere alla mano sinistra quel che fa la mano destra”, ma lo scopo sembra piuttosto quello di evitare di far rumore, senza per questo rendere meno penetrante la propria azione. Quanti anni hanno i giovani adepti dell’Opera? Ufficialmente non meno di 23, mentre, in realtà, l’effettiva cooptazione avviene diversi anni prima, in un’età delicatissima per lo sviluppo umano e psicologico dell’individuo.

I canali di contatto sono molteplici e spesso i rischi sono del tutto sconosciuti ai genitori degli adolescenti avvicinati, che si ritrovano completamente sprovvisti di mezzi per contrastare l’indottrinamento dei figli.

Ma, in pratica, di che cosa si occupa l’Opus Dei? Nelle parole del fondatore doveva trattarsi di una “via per la santificazione del lavoro quotidiano”, mentre, a giudicare dalle inchieste che di recente ne hanno esaminato l’azione (citiamo, ad esempio quella di Pinotti del 2006, BUR), sembra che ben più secolari ne siano gli scopi, che coinvolgono politica, alta finanza e, in generale, tutti gli aspetti del potere mondano.

Ma ciò che particolarmente fa indignare è proprio questa attività di proselitismo rivolta ad adolescenti e giovani, non ancora forniti degli strumenti per difendersi dalle sottili strategie psicologiche messe in atto. L’esito di questo ben orchestrato attacco è il lento ma inesorabile precipitare nella spirale di un fondamentalismo condito di rituali che hanno del medievale – non a caso è previsto anche l’uso del cilicio – e che rendono la vita dell’adepto, soprattutto se si parla dei membri numerari, uno snervante ripetersi di gesti, preghiere, “pie” pratiche dall’effetto alienante.

Quale sia dall’interno la vita del numerario opusdeino è descritto con ammirevole precisione nel bel saggio di Emanuela Provera, numeraria dal 1986 al 2000, pubblicato per i tipi di Chiarelettere. Il libro nasce dal confronto, spontaneamente fiorito in un forum riservato su internet, tra diversi ex numerari italiani, che hanno contribuito a dipingere un quadro sconcertante ma ignoto ai più. Una brutta storia fatta di coercizione e di proselitismo senza scrupoli, causa di immani sofferenze per molte famiglie, impreparate ad affrontarne le conseguenze. È questa la ragione per la quale auspico la massima diffusione del saggio della Provera, a tutela della libertà dei nostri ragazzi e della serenità delle loro famiglie.

Puntualizziamo ora, con l’aiuto dell’autrice, che si è gentilmente offerta di rispondere alle nostre domande, alcune questioni centrali in merito al rapporto tra Opus Dei e adolescenti.

Nel suo libro lei ha parlato diffusamente delle tecniche di reclutamento dell’Opus Dei e della loro efficacia, in particolar modo sulle giovani menti. Quali sono, a suo avviso, i rischi che i nostri ragazzi corrono in seguito alla loro affiliazione alla “milizia di Dio”?

Sì, è vero, ne ho parlato e ne parlo continuamente perché le tecniche utilizzate dall’Opus Dei per fare apostolato, cioè per avvicinare altre persone all’istituzione, inducono ad una sorta di destrutturazione, cioè di privazione dei punti di riferimento che l’individuo eredita dalla propria famiglia o ambiente sociale. Queste modalità, cosiddette di “formazione”, hanno successo soprattutto se rivolte ai giovani che, naturalmente, cercano appigli estranei alla famiglia in un sano tentativo di emancipazione da chi li ha cresciuti.

La prassi ascetica nell’Opus Dei prevede che con la direzione spirituale, ossia attraverso il “colloquio fraterno” e la “Confessione sacramentale”, il giovane consegni la propria intimità a due persone appartenenti all’Opus Dei. Il mondo interiore del ragazzo/a, fatto di progetti, pensieri, emozioni, desideri, stati d’animo, gioie e dolori, viene canalizzato e orientato dai “direttori dell’Opera” che, in altre parole, svolgono la funzione dei “superiori” come nei seminari per preti diocesani. Ma i direttori dell’Opera tra l’altro, essendo laici, non hanno la sacra potestas per svolgere tali funzioni.

Il problema nasce quando i “direttori” non comprendono (o intenzionalmente non vogliono comprendere) che alcune espressioni di quel delicato mondo interiore richiederebbero di essere trattate in seno alla famiglia, con la presenza dei genitori o attraverso una sana vita sociale dalla quale, invece, i ragazzi vengono allontanati. In altri casi potrebbe risultare opportuno ricorrere alla consulenza di un medico, magari psicoterapeuta invece di suggerire il rimedio della preghiera o della Confessione sacramentale. Così i responsabili del lavoro formativo – appunto i direttori/direttrici – diventano colpevoli di “manipolazione mentale”, induzione alla disistima e all’isolamento. Qualche legale, consultato da ex membri dell’istituzione, ha ipotizzato anche il reato di omissione di soccorso in considerazione del fatto che nell’Opera abbondano situazioni di disagio fisico e psicologico. Talvolta sarebbe sufficiente lasciare le persone libere di dare una direzione alla propria vita, senza inculcare l’idea di una vocazione all’Opus Dei magari imponendo il sacerdote confessore, come invece avviene abitualmente nell’istituzione.

In Italia manca la tutela giuridica di queste situazioni limite, anche “grazie” alla depenalizzazione del reato di plagio e ad una classe politica che non ritiene mai di dover prendere in considerazione i danni provocati da realtà riconducibili alla Chiesa cattolica, sia quelli di carattere psicologico che quelli economico-finanziari.

Leggendo le storie raccontate nel suo libro viene spontaneo chiedersi se si tratti di casi limite o della norma. Che cosa può dirci in merito?

Io personalmente e molti ex appartenenti all’istituzione abbiamo subito la dinamica del controllo mentale generata dalle modalità che ho appena descritto; io stessa ho adottato questi metodi nella formazione di ragazze giovanissime. Ritengo quindi che i casi limite siano sistematici. Resta il dubbio se i direttori siano consapevoli di fare del male alle persone. Da colloqui privati con persone ancora dentro l’Opus Dei ho sentito varie volte ammettere che si sono commessi “errori e superficialità”. Non ci sono mai state però ammissioni di colpa. Velatamente il prelato dell’Opera, Javier Echevarría, parlando degli ex appartenenti all’istituzione, pare che abbia chiesto genericamente scusa: «Se abbiamo offeso qualcuno, chiediamo il loro perdono». Ma il più delle volte è lo stesso Prelato a propagandare “l’accompagnamento spirituale personalizzato” offerto dall’Opus Dei.

Nel suo libro lei ricorda che Escrivá aveva una concezione assolutamente negativa del pensiero critico, che andrebbe represso e combattuto. In questo senso sembra che l’Opera proponga un ideale in contrasto con quello che è considerato lo scopo delle istituzioni formative (la scuola in primo luogo), ossia proprio la formazione della mente critica. Ritiene corretta questa valutazione? Alla luce di ciò, come conciliare l’appartenenza all’Opus Dei con le esigenze educative degli adolescenti?

Escrivá diceva che “È cattiva disposizione ascoltare la parola di Dio con spirito critico” [Cammino n. 945], ma la parola di Dio – secondo lui – proveniva dai direttori/direttrici che, senza nessuna competenza professionale, pedagogica, medica, psicologica, elargiscono “consigli” come fossero ispirazioni provenienti dall’Alto. In questo modo, cioè attraverso il ricatto affettivo (del tipo «se non ascolti con docilità il direttore/direttrice non fai la Volontà di Dio, sei disubbidiente, non ti santifichi») si attua una vera e propria manipolazione volta ad annullare ogni germe di sano spirito critico nelle persone che si affidano ai direttori dell’Opera. Con l’accusa della “disobbedienza” spirituale si scoraggiano i fedeli (giovani, adulti, donne e uomini) dal porsi in modo dialettico nei confronti dell’autorità perché “non è superbia ma fortezza far sentire il peso dell’autorità” [Escrivá, Forgia n. 884]. D’altra parte l’Opus Dei è piuttosto abile ad ossessionare i giovani su questioni di sesso, provocando una vera fobia che degenera in forme evidenti e ridicole di nevrosi. Lo stesso dicasi per i temi del comunismo e del diavolo. In questo senso l’istituzione dovrebbe fornire un supporto economico ai suoi ex aderenti che, in molti casi, devono ricorrere a cure psichiatriche o psicoterapeutiche per seguire una terapia di de-programmazione; con l’obiettivo di riappropriarsi dell’ identità perduta e uscire da forme usuranti di alienazione.

Ritengo che non sia conciliabile l’appartenenza all’Opus Dei con un corretto modo di rapportarsi agli adolescenti, se non altro perché li si lascerebbe tranquillamente in balia di direttori/direttrici dell’Opera che – a loro volta privati della libertà individuale – esercitano coercizione psicologica sulle loro vittime.

A questo punto sembrerebbe opportuno intraprendere attività di prevenzione del reclutamento forzato dei nostri ragazzi. A quali strategie, a suo avviso, è possibile pensare per aiutare i giovani a prendere decisioni ponderate, salvaguardando la loro personalità in formazione da ogni forma di coercizione, diretta o indiretta?

Il problema non è di facile soluzione perché riguarda principalmente i genitori, cioè i primi educatori dei giovani. Ma gli adulti – in Italia e in questo periodo storico – brillano per appiattimento culturale e privazione di contenuti valoriali forti. I genitori, non cresciuti, il più delle volte trovano negli ambienti dell’Opus Dei una specie di “ritorno gratificante” del loro (scarso) impegno verso la vita e i figli, un involucro sicuro che mette al riparo dalle difficoltà e dalla complessità del quotidiano con cui i loro figli dovranno prima o poi scontrarsi. Queste nuove generazioni di adolescenti hanno genitori che hanno creduto di “comprare” l’istruzione, la laurea, la posizione sociale, la realizzazione dei figli. Tanti altri, invece, si sono avvicinati all’Opera perché sinceramente cattolici e desiderosi di fornire una formazione sicura ai figli ma sono stati ingannati dall’istituzione che proclama la laicità e il cristianesimo vissuto al 100 per cento costringendo invece i propri fedeli numerari a vivere come preti e frati.

Una soluzione potrebbe essere quella di divulgare la conoscenza della vera realtà dell’Opus Dei così come di altre situazioni manipolatorie, che si trovano anche fuori dalla Chiesa cattolica. È importante che chi ha ruoli formativi coltivi la passione per la libertà e diffonda una cultura di non violenza nelle relazioni interpersonali, aiuti i giovani ad amare la lettura, l’approfondimento dei temi di attualità, per sviluppare in loro un atteggiamento intellettuale onesto e radicato nella crescita individuale. A suggerirlo non è solo la grande filosofia ma anche la più classica teologia morale cattolica: “L’essere umano deve sempre obbedire al giudizio certo della propria coscienza” (Catechismo della Chiesa Cattolica, articolo 1800). Norma disattesa innanzitutto dagli esponenti della chiesa istituzionale che, a loro vantaggio, diventano i più accaniti fautori del pensiero unico e formano persone manovrate da altri, infelici, dannose per la società.

(3 febbraio 2012)

lunedì 6 febbraio 2012

CASTA CALABRA: LO SPECCHIO DI UN’ITALIA SENZA FUTURO

CASTA CALABRA 213x300 CASTA CALABRA: LO SPECCHIO DI UN’ITALIA SENZA FUTUROdi FRANCO DE POSSENTIS
I privilegi e le negligenze dei politici. Il trasversalismo di un potere che si ricicla sempre uguale a se stesso. Le colpe imperdonabili di un’intera classe dirigente. “Casta calabra”: il primo libro che racconta il familismo amorale di casa nostra, “Italia-Calabria” un tutt’uno.
Paolo Pollichieni, dopo aver lasciato la direzione del quotidiano “Calabria Ora” s’è messo di buzzo buono ed ha scritto questa inchiesta che la dice lunga sulle condizioni dello Stivale, che trovano nella sua “punta” geografica la sintesi del marciume che impera, dove politica e affari (malaffari) sono saldati dalla corruttela, togliendo ogni spazio alla libera intrapresa.
L’autore del libro, insieme ad altri colleghi, guida il lettore dentro un abisso popolato da politici e politicanti, faccendieri, mafia e antimafia, massondrangheta e borghesia mafiosa, tutta quella “zona grigia in cui affonda il vero capitale della ‘ndrangheta”, ditero il quale c’è una classe dirigente che fa del familismo amorale un modello di comportamento sociale, a scapito di chiunque. In Calabria, in Italia in pratica, succede di tutto: “Leggi sul taglio dei costi della politica che si rivelano fonti di ulteriori sprechi. Consulenze inutili e incarichi esterni assegnati a politici trombati alle elezioni, tra gli sbadigli annoiati del personale interno. Carrozzoni come l’Afor e l’Arssa, aboliti per legge da cinque anni, che continuano ad assumere personale. Società partecipate perennemente in rosso: emblematico il caso della Sogas, la società che gestisce l’Aeroporto dello Stretto e che dalla data della sua costituzione (1986) non ha mai chiuso un bilancio in attivo”.
Si legge su un blog “Messaggi nella bottiglia”, dopo aver assistito alla presentazione del libro: “Nelle pagine di Casta calabra sfilano politici e burocrati, con il relativo codazzo di parenti attaccati alla mammella pubblica, tutti accomunati dal longanesiano “tengo famiglia. Tutti sorridenti dietro al vip di turno portato a sfilare sul corso Garibaldi per promuovere l’immagine di Reggio, mentre nelle periferie manca l’acqua e le buche nelle strade sono voragini. Il tanto sbandierato “modello Reggio”, assurto prima a modello da esportare a livello regionale, quindi declassato a “modello peggio”: scandali, debiti, misteri, il suicidio di Orsola Fallara, la nomina prefettizia della commissione d’accesso antimafia. E nuvoloni neri all’orizzonte”.
Un futuro scuro, dunque, nerissimo, raccontato con ritmo incalzante in questo libro edito dal cosentino ”Falco Editore”. Al termine della lettura non resta che un pensiero al lettore: Siamo di fronte ad una Calabria che sembra non avere futuro… proprio come l’Italia.

 


sabato 4 febbraio 2012

Occupyscampia: chi canta vittoria per il flop ha fatto il gioco di chi dice “la camorra non esiste”


A Scampia c’è la camorra. Lo sanno anche i sassi. Una delle più grandi piazze di spaccio d’Europa. Con l’inizio di una guerra fra clan che in poche settimane lì vicino, in un comune a pochi km, ha visto 5 morti fra i clan rivali di chi domina a Scampia. Questore e prefetto dicono che va tutto bene, che quei 5 morti sono normale amministrazione, “assestamento” fra i clan fanno sapere. Un assestamento fra clan con 5 morti? Anche le associazioni sul territorio sposano la tesi istituzionale. “Assestamento”. A Scampia si cerca la normalità, si cerca di non criminalizzare e isolare un quartiere e chi lo abita, gente che ha pagato e caro anni di isolamento e assenza della politica e delle istituzioni. Il problema non è la camorra ma dove la camorra prospera. Tutto comprensibile, ovviamente. Ma c’è quel termine, “assestamento” che fa drizzare i capelli in testa. Perché non è mica facile pensare che un assestamento abbia un peso del genere. E soprattutto è ovvio che ci sia paura che gli amici dei 5 ammazzati decidano che i termini dell’assestamento non gli stanno bene. E che sia quantomeno realistico la ricerca di un pareggio dei conti. Con altri morti ammazzati in strada da fare, ovviamente, nel territorio dei rivali. Scampia. Si, non solo, ma anche Scampia.
Tralasciamo il fatto che questo tipo di dichiarazioni siano esattamente speculari a quelle che si erano già sentite alla fine degli anni ’70 e ancora prima agli inizi dei ’60 a Palermo prima delle due guerre di mafia che fecero centinaia di morti “ufficiali” e forse anche più “informali” (lupara bianca). Tralasciamo il fatto che ogni volta che le istituzioni si siano distinte in dichiarazioni minimaliste (clan in ritirata, scaramucce, criminalità e non criminalità organizzata, assestamento) poi ci si è trovati a dover assistere a l’emergere di conflitti sanguinosi e escalation di soggetti e organizzazioni tutt’altro che in ritirata. Ma non si può far finta di niente davanti a quel termine, assestamento, che sembra sottintendere una sorta di accettazione dei fenomeni mafiosi sui territori. E questo alla società civile, alle istituzioni tutte, all’opinione pubblica, allo Stato non può andare bene. Non è accettabile.
Ma andiamo avanti.
Il Mattino, il principale quotidiano di Napoli, qualche giorno fa pubblica un’inchiesta che partendo dai quei 5 omicidi di “assestamento” racconta come le organizzazioni criminali che controllano Scampia stiano imponendo una sorta di coprifuoco in alcune strade del quartiere. Imponendo, con “consigli”, certo, con amichevoli chiaccherate. Ma chi rifiuta consigli del genere? Si possono rifiutare? Si teme, da parte dei clan di Scampia, che parta la vendetta ordinata dai boss rivali. Si teme che ci scappi il morto innocente quando scatterà la vendetta e che si avvii una percezione diversa del territorio, e quindi un’azione più invasiva da parte dello Stato. Si rischiano gli affari se le istituzioni non parlano più di semplici “assestamenti” o mormorando fra addetti ai lavori “finché si ammazzano fra loro”. Quindi si consiglia. Si rilasciano consigli che si sa che verranno recepiti.
Questi i contenuti di quell’inchiesta e da qui la nascita, da un tweet, dell’ondata di indignazione che ha attraversato la rete per giorni. Occupyscampia. Che in poche ore è divenata un’onda enorme, inarrestabile diventando notizia, fenomeno mediatico, novità in questo asfittico panorama offertoci da un paese colpito, piegato e terrorizzato dalla crisi economica.
Mi sono dilungato. Vado al dunque.
“È una bufala! È una strumentalizzazione politica e mediatica del Pd (il primo tweet è stato di una parlamentare Pd del casertano, Pina Picierno), qui a Scampia non c’è nessuna guerra di mafia e nessun coprifuoco. Tutto falso, vogliono utilizzare Scampia per una campagna falsa che nasconda la realtà di questo territorio”. Eccetera. Ho riassunto qui le accuse fatte a occupyscampia in particolare da parte da una fetta dell’associazionismo del territorio. “Colonialismo”. Fa sorridere vero? A me no. Insomma tre giorni di attacchi feroci, insulti, accuse durissime a chiunque appoggiasse l’idea di fare occupyscampia. Raccolte queste accuse e insulti puntualmente da parte di un settore della stampa (il Foglio di Ferrara in testa) che con i temi della legalità e della lotta alle mafie non è che siano poi così tanto avvezzi (la metto così). Ma chi se ne draga, ci si allea anche con Ferrara pur di far fallire occupyscampia.
Capita una cosa, però, mentre tutta l’attenzione è concentrata sulle polemiche relative alla “bufala”, alla “strumentalizzazione” e al “colonialismo” di quegli “sciacalli” di occupyscampia. Capita che un’altro giornale, la Repubblica di Napoli, sia andato a verificare il racconto sul coprifuoco fatto da Il Mattino e che il 2 febbraio pubblichi un ampio servizio in cui, un po’ defilato, confermi l’esistenza di una fonte della cosiddetta “bufala”. Ovvero che vi fossero commercianti che avessero denunciato.
Ecco il link
Ne riporto un brano:

“Il prefetto Andrea De Martino, esprime sul tema «sorpresa» e un po’ di amarezza. «È singolare la vicenda del coprifuoco che sarebbe stato imposto a Scampia — premette — . Ci troviamo nella condizione in cui in Europa si dà per scontato che i clan impongano la chiusura ai negozi ma a noi e forze dell’ordine non risulta. Ho convocato il presidente di Confcommercio Russo, l’assessore comunale Narducci e il sindaco di Melito Venanzio Carpentieri. Ma, ad eccezione di Russo a cui una decina di commercianti che vogliono mantenere l’anonimato avrebbero denunciato l’imposizione, nessuno ne sapeva nulla. Ecco, mi sarei aspettato che la Confcommercio avesse riferito per le vie opportune le segnalazioni ricevute, ma così non è stato. Mi auguro che a Napoli come a Palermo gli associati si impegnino alla denuncia».”.
Vi sono anche i comunicati di Confcommercio a confermare le denunce. Tutto oscurato dalle polemiche.
Come? Eh, sì. Ci sono un decina di associati a Confcommercio che avevano denunciato, richiedendo l’anonimato, le pressioni dei clan per un coprifuoco. Però lo avevano fatto non per canali istituzionalizzati come le forze dell’ordine o lo sportello anti racket gestito a Scampia da una delle associazioni del territorio. Perché non lo avevano fatto? Ipotizzo, e per esperienza non sarebbe la prima volta, che si sia scelto di andare da Conformercio perché si sentivano più sicuri nel mantenere anonimato invece che andare da carabinieri o polizia o a una struttura del territorio più visibile e controllabile sul territorio stesso. Hanno sbagliato? Forse. Comunque hanno denunciato. Quindi l’ipotesi di una bufala mediatica si appanna di un bel po’ anche perché il presidente di Confcommercio continua a confermare le denunce.
Intanto, però, la notizia, che era una notizia grossa come una casa, veniva totalmente cancellata dalle polemiche e dallo scontro in atto su #occupyscampia (cittadini forse troppo ingenui ma in totale buona fede compresa quella poveretta della Picierno che aveva il marchio di essere anche parlamentare) e l’associazionismo locale che urlava a orridi complotti sulle spalle dei cittadini di Scampia. Non c’è stato verso. Notizia scomparsa. Polemica a livelli assurdi. Attacchi anche personali di ogni genere a chiunque sostenesse #occupyscampia.
Metti il cattivo tempo e metti la campagna di attacchi la rete ieri a Scampia fisicamente ha portato pochissima gente da fuori Napoli. E il quartiere ovviamente ha disertato. Che avreste fatto voi? Fra presenza della criminalità organizzata da un lato e dall’altro uno dei pochi presidi di legalità, l’associazionismo, che respingeva #occupyscampia con toni come quelli che si sono visti? Zero.
Poi, e qui la follia vera, le associazioni e loro simpatizzanti a cantare vittoria perché è fallita una manifestazione contro la camorra. Incredibile, vero? Invece è successo questo. Ieri a Scampia. Non voglio neanche entrare nel merito delle ragioni di questo atteggiamento autolesionista. Non mi interessa. Mi pongo un altro problema.
Eccolo.
Quei dieci commercianti che subendo pressioni inaccettabili dalla criminalità organizzata avevano deciso di denunciare quello che, sotterraneamente, stava accadendo a Scampia nell’attesa di un nuovo bagno di sangue e di una guerra di mafia, ora che cosa staranno pensando? Come si sentiranno? Che conseguenze pagheranno? Anche perché se associazionismo e politica locale erano così impegnati a andare in scena con polemiche durissime e a negare che ci fosse problema altro da degrado, mancanza di servizi e strutture e inclusione sociale per accorgersi di loro, la camorra, statene certi, non ha di queste disattenzione e starà già cercando di capire chi ha parlato. E denunciato. Statene certi. E quelli che stavano pensando di denunciare anche loro dopo quello che è successo pensate che lo faranno mai?
Nessuno si sta ponendo questo problema. E nessuno se l’è posto.
Ieri è stata una sconfitta non per un movimento di opinione e solidarietà spontaneo nato da un semplice senso di indignazione (magari ce ne fossero ogni giorno di cose del genere). Ieri siamo stati sconfitti tutti. Noi, cittadini italiani. E soprattutto Scampia. Un’occasione scientificamente e masochisticamente persa.
E ora assumetevi la responsabilità di questa roba qua. Se ne siete in grado.

Casta calabra: il libro sui rapporti tra politica e ’ndrangheta

L’aveva detto in tempi non sospetti: “Ci rivedremo presto. E sempre con la schiena dritta”. Era la chiusura dell’editoriale sofferto, ma orgoglioso, con il quale Paolo Pollichieni, il 20 luglio 2010, annunciava le dimissioni da direttore di Calabria Ora, il quotidiano che aveva guidato per più di tre anni. In tanti tirarono un sospiro di sollievo. “Chissà cosa uscirà stamattina” era diventato l’incubo ricorrente per gli amici degli amici, per i compari dei compari, per tutta quella gente dotata della dose di pelo sullo stomaco indispensabile per coltivare amicizie “pericolose” e per essere “qualcuno” in Calabria. I rapporti tra politica e ’ndrangheta sono stati spesso al centro delle inchieste portate avanti da Pollichieni e dai suoi collaboratori, una pattuglia giovane, agguerrita, coraggiosa, che non ha esitato a seguire l’esempio del direttore di fronte alle pressioni della proprietà del giornale.
Casta Calabra (sottotitolo: La politica? Sempre meglio che lavorare…), edito da Falco (Cosenza, dicembre 2011), è lo sbocco naturale di vicende personali e professionali vissute in prima linea. La sistemazione organica del discorso interrotto bruscamente quell’estate e ripreso un anno dopo, dalle colonne del Corriere della Calabria, settimanale di inchieste e approfondimenti che ogni venerdì provoca parecchi bruciori di stomaco a Palazzo Campanella e a Palazzo Alemanni. “C’è di tutto nel libro. Per cominciare, la denuncia del degrado culturale”, il giudizio del giornalista del Corriere della Sera Gian Antonio Stella, al quale va il merito (da dividere con il collega Sergio Rizzo) di avere per primo scoperchiato il malcostume della classe politica italiana con La casta, exploit editoriale datato 2007, che ha aperto la strada ad un filone giornalistico di successo.
Pollichieni, Eugenio Furia, Giampaolo Latella, Pablo Petrasso e Antonio Ricchio accompagnano i lettori girone dopo girone, in un abisso popolato da politici e politicanti, faccendieri, mafia e antimafia, massondrangheta e borghesia mafiosa, quella “zona grigia” già definita dal direttore del Corriere della Calabria “il vero capitale sociale della ’ndrangheta”. E che è diventata classe dirigente in una realtà dominata dal “familismo amorale”, modello di comportamento sociale fondato sul perseguimento dell’interesse “familiare” a scapito del bene della collettività. Nella notte della politica calabrese, le differenze tra gli schieramenti sono impercettibili. Anche perché la cronaca è un inciucio continuo, sublimato nella legge sul “concorsone” (2001), ma riscontrabile in un modus operandi che non distingue tra gli schieramenti politici. Leggi sul taglio dei costi della politica che si rivelano fonti di ulteriori sprechi. Consulenze inutili e incarichi esterni assegnati a politici trombati alle elezioni, tra gli sbadigli annoiati del personale interno. Carrozzoni come l’Afor e l’Arssa, aboliti per legge da cinque anni, che continuano ad assumere personale. Società partecipate perennemente in rosso: emblematico il caso della Sogas, la società che gestisce l’Aeroporto dello Stretto e che dalla data della sua costituzione (1986) non ha mai chiuso un bilancio in attivo.
Nelle pagine di Casta calabra sfilano politici e burocrati, con il relativo codazzo di parenti attaccati alla mammella pubblica, tutti accomunati dal longanesiano “tengo famiglia”. Tutti sorridenti dietro al vip di turno portato a sfilare sul corso Garibaldi per promuovere l’immagine di Reggio, mentre nelle periferie manca l’acqua e le buche nelle strade sono voragini. Il tanto sbandierato “modello Reggio”, assurto prima a modello da esportare a livello regionale, quindi declassato a “modello peggio”: scandali, debiti, misteri, il suicidio di Orsola Fallara, la nomina prefettizia della commissione d’accesso antimafia. E nuvoloni neri all’orizzonte.

martedì 10 gennaio 2012

LA FEBBRE DEL GIOCO
Il settore del gioco legale - da quanto emerge dal dossier di Libera - da lavoro a circa 120 mila addetti e muove gli affari di circa 5000 aziende, grandi e piccole. Il giro d'affari complessivo (71,6 lmld) del gioco legale in Italia equivale al 4% del Pil nazionale. L'Italia, in pratica, si colloca al primo posto in Europa e al terzo nel mondo tra i paesi che giocano di più. Sono dati importanti che confermano la propensione al gioco e alle scommesse di milioni di italiani. C'è sul piano sociale un allarme per l'impatto che il gioco, anche legale, ha sulle persone e sulle famiglie ancor di più in tempi di crisi.

I giocatori a rischio o con dipendenza
Sono due milioni - secondo il Dossier «Azzardopoli» di Libera i giocatori a rischio e 800 mila quelli che hanno una vera e propria dipendenza. «Libera - ha detto Luigi Ciotti - vuole sollecitare, senza evocare scenari di proibizionismo e colpevolizzare nessuno, una risposta da parte di tutte le istituzioni e del governo». Un appello alla assunzione di responsabilità rivolto anche «a chi gestisce in maniera legale» le attività di gioco. «C'è - ha sottolineato Ciotti - un rischio dipendenza crescente anche in virtù di un marketing avvolgente. Lo slogano 'più giochi per tutti' è una cosa inquietante». Il rischio è la distruzione individuale e sociale che coinvogle centinaia di migliaia di famiglie 'intrappolate' in una dipendenza economica di debiti che spesso è l'anticamera dell'usura. «C'è un problema di democrazia - ha sottolineato Ciotti - per la democrazia si basa anche sui diritti». In Italia, ha ricordato il fondatore di Libera, non è stato ancora riconosciuto il diritto all'assistenza per i giocatori patologici. Così come avviene in altri Paesi europei.

Roma da primato
Settantasei miliardi di euro il fatturato del mercato legale del gioco nel 2011: 10 miliardi quello illegale; 1260 europro-capite la spesa per i giochi. Quattrocentomila slot machine in Italia,una «macchinetta mangia-soldi» ogni 150 abitanti, con un primato per la capitale: duecentonovantaquattro sale e più di 50mila slot machine distribuite tra Roma e provincia. Questi i dati che emergono dal dossier di Libera, «Azzardopoli, il paese del gioco d'azzardo», curato da Daniele Poto epresentato da don Luigi Ciotti nella sede della Fnsi, relativo alladiffusione del gioco d'azzardo, legale e illegale, in Italia. «Sono ben 41 i clan che gestiscono i giochi della mafia in tutto il paese - afferma Poto -Sono praticamente l'undicesimo concessionario, quello 'occulto' che si affianca ai dieci ufficiali».

Sono ottocentomila le persone in Italia,secondo il dossier, dipendenti dal gioco d'azzardo e quasi due milioni i giocatori a rischio. Dieci le procure della Repubblica che nell'ultimo anno hanno effettuato indagini sul fenomeno: 22 le città dove nel 2010 sono state effettuate indagini e operazioni delle forze di polizia con arresti e sequestri direttamente riferibili alla criminalità organizzata.

Le macchinette e i clan
«Negli ultimi anni la mafia si è infiltrata nel mondo delle macchinette: alterando le reti telematiche che dovrebbero collegarle al monopolio, inquesto modo non viene pagato il 12% dovuto allo Stato», ha aggiunto Diana DeMartino, Direzione distrettuale Antimafia. «Riguardo in particolare alterritorio di Roma - ha proseguito De Martino - qualche mese fa ci sono stati controlli a tappeto sulle sale gioco e le slot machine e molte di queste non erano collegate al concessionario. Sembra inoltre che molti clan camorristicisiano attive nel basso Lazio».

Il primato per il fatturato legale dei giochi, continua il dossier, spetta alla Lombardia con 2 miliardi e 586mila euro, seguita dalla Campania con 1,7 miliardi. All'ultimo gradino del podio il Lazio con 1,6 milardi di euro. «Vogliamo sollecitare una risposta da tutti a cominciare dalle istituzioni e chiediamo un'assunzione di responsabilità da parte delle imprese chegestiscono legalmente questo business - dice don Ciotti -. Le loro campagne pubblicitarie sono trappole psicologiche che recano un danno anche economico alle famiglie. Chiediamo leggi giuste e prevenzione. La lotta a questo fenomeno la si fa in Parlamento».

Milioni di euro investiti (con un sovrapprezzo anche del 5-10%) per l'acquisto di biglietti vincenti al Lotto, Superenalotto e 'Gratta e Vinci' da parte dei clan per giustificare e ripulire il denaro sporco. Anche questo è emerso da indagini recenti dell'Antimafia sull'utilizzo delle lotterie e dei giochi da parte della criminalità organizzata. Ma l'interesse delle organizzazioni malavitose è soprattutto concentrata nel controllo del gioco illegale e nella distribuzione territoriale delle cosiddette macchinette (slot machines e video poker). I 41 clan censiti nel rapporto (dai Casalesi di Bidognetti e Mallardo ai Santapaola, ai Mancuso e Lo Piccolo) messi insieme costituiscono l'undicesimo concessionario occulto del Monopolio.

Il Dossier 'Azzardopoli'
E' stato presentato oggi dall'associazione Libera, alla presenza del sostituto procuratore della Dda, Diana De Martino, scatta un'istantanea allarmante sul ruolo delle mafie nel settore dei giochi illegali che non rappresenta solo un canale di riciclaggio ma è diventata per i boss una gallina dalle uova d'oro per moltiplicare i profitti. «Il settore dove si concentrano i clan - ha detto il sostituto procuratore della Dda, Diana De Martino - è quello delle macchinette perchè è il comparto dei giochi che ha la maggiore 'produttività'». Diverse inchieste condotte dalla Dda in diverse città hanno evidenziato proprio un controllo anche 'militarè sul territorio da parte dei vari clan criminali nella allocazione e nella gestione dei proventi derivanti da queste attività. De Martino, ha ricordato l'inchiesta 'Hermes' della Dda di Napoli dove un personaggio legato ai clan controllava, da monopolista, tutta la distribuzione e il ricavato del gioco in questo settore ad alto valore aggiunto. «Obbligava tutti gli esercizi commerciali a mettere queste macchinette e dettava le condizioni. Era diventato un vero e proprio sportello bancario per i clan. Ci vuole una grande attenzione perchè questa è la nuova frontiera dei clan i cui rischi sono pochi anche perchè le sanzioni penali non sono paragonabili ai reati connessi al traffico di droga ma, allo stesso tempo, i guadagni sono enormi».




("L'Unità" - 9 gennaio 2012)

sabato 7 gennaio 2012

Come se fossimo veri cristiani. Intervista a don Andrea Gallo

Don Andrea Gallo, uomo di cultura è prete di strada genovese, è da sempre al servizio degli ultimi nelle periferie della sua città. Già missionario in Brasile, negli anni ‘50, è fondatore e animatore della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova. Ha pubblicato molti libri, tra cui, nel solo 2011: Non uccidete il futuro dei giovani (Dalai), Se non ora, adesso (Chiarelettere), Il Vangelo di un utopista (Aliberti).
Don Andrea Gallo, uomo di cultura è prete di strada genovese, è da sempre al servizio degli ultimi nelle periferie della sua città. Già missionario in Brasile, negli anni ‘50, è fondatore e animatore della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova. Ha pubblicato molti libri, tra cui, nel solo 2011: Non uccidete il futuro dei giovani (Dalai), Se non ora, adesso (Chiarelettere), Il Vangelo di un utopista (Aliberti).

Partiamo dai fatti di Torino e Firenze. In Italia, nel terzo millennio, si parla ancora di razzismo?
Purtroppo sì, perché in tutti questi anni, nonostante la chiarezza al riguardo della nostra Costituzione - nata dopo un periodo di regime nazifascista che aveva fatto del razzismo uno dei suoi punti cardine - la coscienza antirazzista degli italiani si è andata via via affievolendo, anche per la responsabilità delle agenzie educative, la scuola in primis. Vedo che ancora oggi la scuola, anche nei casi migliori, propone il rispetto per l’altro ma niente di più, nessuna integrazione. Poi ci sarebbe il ruolo - di primo piano - della Chiesa.
Più precisamente?
La Chiesa avrebbe un patrimonio evangelico di fraternità universale, eppure a volte si mantiene troppo sul generico, soprattutto per quanto riguarda la prassi. Per fare un esempio, così come non è mai esistita un’educazione sessuale, similmente non è mai esistita un’educazione all’integrazione, all’accoglienza, alla solidarietà.
Ce n’è anche per la politica?
E' chiaro che qui siamo di fronte a una responsabilità anche dell’Europa, che non si è preoccupata di valutare e gestire i problemi dell’immigrazione in un senso complessivo, con particolare attenzione a quei Paesi, come l’Italia, più soggetti agli sbarchi (a causa dell’ampiezza delle sue coste). È chiaro infine che ci sono gruppi politici con responsabilità precise: vedi la Lega, che non ha perso occasione di esibirsi con gesti volgari di intolleranza, creando a poco a poco quel clima di rifiuto dell’altro che tutti respirano. Firenze non è che la punta dell’iceberg di una mentalità sviluppatasi in assenza di una specifica educazione all’integrazione e all’accoglienza. Ho un motto, che mi ha insegnato don Luigi Di Liegro, Direttore della Caritas di Roma: “Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei”. Mentre dovremmo ricordare bene che l’Italia che dal 1850 al 1950, ha visto emigrare 30 milioni di persone, in tutto il mondo. Lo dimentichiamo troppo facilmente: in questo senso, siamo un po’ tutti responsabili.
Quale avrebbe dovuto essere (e quale è stata) la risposta dei cristiani a questi fatti?
Be’, ci sono immediatamente delle proteste, un grande corteo ecc. I cristiani tuttavia non dovrebbero solo reagire a queste cose, ma impegnarsi e prevenirle con l’educazione a tutti i livelli. Combattendo ad esempio per i diritti dei “diversi”: si pensi ai gay, alle lesbiche, ai transessuali, ma anche ai rom e così via. Invece le proteste sembrano provenire da una minoranza: la grande maggioranza resta indifferente, o timorosa (anche a causa dei mass media, che dovrebbero essere sensibili a queste tematiche e invece spesso non fanno che fomentare l’odio). Conosco associazioni cattoliche impegnate (e anche laiche), tuttavia non c’è una nazione attenta a questo spirito, non dico evangelico e cristiano, ma nemmeno quello dell’art. 2 della Costituzione. Io recentemente ho dichiarato in pubblico: se fossi il vescovo della mia città - visto che sono 15 anni che deve nascere una piccola moschea a Genova - direi: fintanto che non vedo iniziare i lavori del luogo di culto islamico, la chiesa cattolica resta chiusa la domenica. Dovremmo sentirlo forte il grido di Gesù, che è il salvatore di tutti.
Non siamo ancora maturi per l’integrazione.
Peggio: ci stiamo allontanando. Ti faccio un esempio: alla fine del mese, in seguito alla manovra economica del governo Monti, il costo del rinnovo del permesso di soggiorno passerà da 80 euro a 200 euro. Se questo è un segnale di integrazione! Altro che colpire l’evasione: si grava ulteriormente su persone che - avendo il permesso regolare di soggiorno - lavorano già regolarmente, con una busta paga regolarmente denunciata nella quale pagano le tasse. La nostra sembra una civiltà che decade, in viaggio verso la barbarie. I fatti di Genova e Torino sono dei segnali. Per dirlo con Giorgio Bocca: il virus del fascismo è in libera uscita. E la Chiesa dovrebbe fare di più che condannare le violenze: dovrebbe proclamare che se uno vuol essere cristiano e cattolico deve accogliere il fratello, da qualunque parte venga. In maniera molto più decisa.
La posizione della Chiesa sembra in effetti poco chiara: un alto esponente del clero come mons. Fisichella ha potuto affermare, non molto tempo fa che «quanto ai problemi etici, la Lega manifesta una piena condivisione con il pensiero della Chiesa». Condivide?
Ma capisci che sua eccellenza mons. Fisichella è veramente... e tra l’altro è il Rettore Magnifico dell’Università Lateranense. Ed è ancora colui che diceva che le barzellette blasfeme di Berlusconi bisognava contestualizzarle. E nessuno dice niente. Io che sono un prete di strada, se dico che - sulla base delle evidenze mediche - il preservativo è un argine al contagio delle malattie infettive, mi chiamano mille volte per redarguirmi. Ma Fisichella come fa a dire una cosa del genere? Dica pure quello che vuole. Mi chiedo però come è possibile che nessuno alla CEI intervenga in proposito.
Cosa ne pensa della destra cattolica e delle sue pretese esclusiviste e identitarie?
Non esiste la destra cattolica, esistono quelli che sono cristiani e quelli che non lo sono. Il cristiano non ha ricette politiche miracolose, egli va in mezzo agli altri, Gesù è chiaro in questo: siate il sale. Siate il lievito: che non si vede, però il pane vien fuori buonissimo. Come il chicco di grano che marcisce nel terreno, bisogna esser pronti a donare la vita per i diritti di tutti. E questo significa essere coerenti con quello che vuole il Padre, che sta dalla parte dei perseguitati, il cristiano non può mettersi da nessun’altra parte. Qualche notabile dell’UDC mi dice “tu sei impegnato, noi siamo cristiani moderati...”. Dite allora che siete un partito moderato, ma togliete la parola “cristiano”!
Potremmo risalire fino alla Democrazia Cristiana.
Purtroppo quella che doveva essere una grande testimonianza dei cristiani - lo fu per qualche anno la DC di don Sturzo - via via è diventata un “bordello”. Il cristiano sta insieme agli altri, testimonia e propone la sua morale, però non impone, rispetta le regole democratiche con la bussola della Costituzione. Prendi la legge sull’aborto: la legge sull’aborto non impone mica ai cristiani di abortire! O il divorzio, o qualunque altra controversia bioetica degli ultimi anni. Fra poco avremo di nuovo la crociata sul testamento biologico. Nulla di tutto ciò è cristianesimo, nulla di questo è annuncio della buona novella. Un cristiano che non è accogliente semplicemente non è cristiano, non può dirsi cristiano.
Sembra un cristianesimo di principi scollati dalla pratica.
Quando si accoglie qualcuno in casa propria, ci si dà da fare perché non gli manchi nulla e possa esser messo nelle migliori condizioni. Noi, invece di preoccuparci di questo, della condizione ad esempio dei nostri immigrati, acquistiamo i cacciabombardieri. Qui si impone un grosso esame di coscienza dei cristiani. Faccio un altro esempio: in Lombardia, grazie alla presenza di Comunione e Lottizzazione [sic], più del 90% dei medici fa obiezione di coscienza. Ma io dico che sono obiettori senza coscienza! (Tralasciamo la situazione di quei poveri medici degli ospedali cattolici, a rischio di licenziamento, che sono “costretti” all’obiezione di coscienza). Se proprio si vuol fare obiezione di coscienza, si provveda al contempo alla sostituzione, in maniera che i diritti vengano garantiti. Invece oggi, al contrario, è tutto addossato alla singola persona, che deve cercarsi qualcuno che “elemosini” la prestazione. Chi se ne lava le mani, ancora una volta, non è cristiano.
Come se per dare troppa importanza all’eternità, si perdesse di vista la quotidianità...
La Chiesa non può arroccarsi su certe posizioni di principio: la Chiesa è gloriosa e ricca di testimoni che in ogni punto della sua storia le hanno reso onore. Ma la Chiesa è semper reformanda! Noi siamo con Gesù nei nostri tempi! (ride).
La nostra epoca sembra non voler parlare più di giustizia e di pace: appena le si nomina, ci si sente dare del “comunista”. È capitato anche a Lei?
Oggi dare del comunista a qualcuno è un’offesa come un’altra. Io ho conosciuto comunisti onesti, e non per questo nego che il comunismo abbia portato nella storia alle tragedie che conosciamo bene. Parimenti, nessun cristiano potrebbe approvare i gulag o le deportazioni o la dittatura o la guerra. Bisogna abbandonare le etichette e guardare la concretezza della realtà. Quello che bisogna capire è che i carri armati sono carri armati: sia che rechino la stella rossa, sia che rechino quella bianca.
Perché i cristiani non rivendicano pace e giustizia tutti i giorni?
Perché non sono cristiani, è chiaro. Chiamano cristianesimo una religiosità fatta dell’andare a Messa la domenica, dei sacramenti, ma non è chi dice “Signore, signore” il cristiano, bensì chi fa la volontà del Padre. Qui c’è anche una responsabilità dei pastori e dei vescovi. Essere cattolico non vuol dire obbedire al papa e ai vescovi: è una teoria che non sta in piedi.
Una parola di speranza per il nostro vivere cristiano.
Ti dirò cosa penso quando mi alzo la mattina: il male grida forte, ma la speranza in un mondo migliore grida ancora più forte!

Addio a don Luisito Bianchi


Don Luisito Bianchi, 84 anni, è morto giovedì scorso, 5 gennaio 2012, all’ospedale di Melegnano (Milano), dopo un lungo periodo di sofferenze. I funerali saranno sabato 7 alle 11,30 presso l’abbazia benedettina di Viboldone (S. Giuliano milanese), dove egli risiedeva.
Don Luisito Bianchi era nato a Vescovato (Cremona) il 23 maggio 1927 ed era stato ordinato sacerdote il 3 giugno 1950. Laureto in scienze politiche a Milano fu insegnante presso il Seminario vescovile (1950-1951), missionario in Belgio (1951-1955), vicario a S. Bassano in Pizzighettone (1956-1958), quindi ancora insegnante in Seminario (1964-1967) e prete operaio nella città di Alessandria (1967-1971) e anche inserviente in ospedale. Da molti anni era cappellano dell'abbazia di Viboldone alle porte di Milano.
Ha pubblicato: "Salariati" (Ora Sesta, Roma 1968), studio sociologico sul salariato di cascina nel cremonese; "Come un atomo sulla bilancia" (Morcelliana, Brescia 1972, riediz. Sironi, Milano 2005), storia di tre anni di fabbrica; "Dialogo sulla gratuità" (Morcelliana, Brescia 1975, riediz. Gribaudi, Milano 2004), "Gratuità tra cronaca e storia" (1982). "Dittico vescovatino" (2001), "Sfilacciature di fabbrica" (1970, riediz. 2002), "Simon Mago" (2002), "La Messa dell'uomo disarmato" (1989, riediz. Sironi, Milano 2003), un romanzo sulla resistenza; "Monologo partigiano sulla Gratuità" (Il Poligrafo, Padova 2004), appunti per una storia della gratuità del ministero nella Chiesa; diverse raccolte di poesie tra cui Vicus Boldonis terra di marcite (1993) e Sulla decima sillaba l'accento, In terra partigiana, Parola tu profumi stamattina, Forse un'aia.
Nel 2010 pubblica "Quando si pensa con i piedi e un cane ti taglia la strada", dedicato ancora una volta al tema della gratuità.
Insieme a un sofferto attaccamento alla Chiesa la sua voce di uomo e di credente ha testimoniato soprattutto i valori evangelici dell’assoluta gratuità dell’annuncio cristiano, che rifiuta ruoli, privilegi, denaro e potere mondano. Egli è stato discepolo di don Primo Mazzolari ed estimatore di Ernesto Buonaiuti, ha vissuto con grande partecipazione il Concilio, di cui ha denunciato ogni tentativo, in atto, di insabbiamento.
La sua opera letteraria resterà nella storia della nostra cultura. Il suo capolavoro, “La Messa dell’uomo disarmato”, è il maggiore romanzo cristiano sulla Resistenza, che viene interpretata come una faticosa manifestazione della Parola.
Notizie sui libri di Luisito Bianche si possono trovare sul sito
www.viboldone.it e su quelli del suo editore www.sironieditore.it
Milano 5 gennaio 2012
Vittorio Bellavite
La messa dell'uomo disarmato
Un romanzo sulla Resistenza
Primavera del 1940: Franco lascia il monastero benedettino in cui era novizio e torna alla cascina dei genitori, La Campanella. Ha deciso: farà il contadino. L’Italia entra in guerra e Piero, suo fratello, è inviato come ufficiale medico in Grecia. Rientrerà pochi mesi dopo con i piedi semicongelati mentre altri giovani partiranno per la campagna di Russia. Franco è voce narrante di una vicenda corale, che fa perno sulla Campanella per includere la vita dell’intero paese – mai nominato ma collocato nella piana padana – un concentrato microcosmico dell’Italia rurale di allora: i contadini e gli ambulanti, le operaie della filanda, un misterioso professore in odore di socialismo, il maresciallo dei carabinieri, il segretario del fascio, l’arciprete.
L’8 settembre 1943 segna un momento di svolta nella vita di tutti: l’occupazione nazista spinge a compiere delle scelte, per alcuni radicali. Sullo sfondo di una potente “poetica della terra”, si impone il racconto della lotta di Resistenza, sulle montagne, di diverse bande partigiane: la storia di Lupo e di Balilla, di Piero e di Rondine, del Capitano e di Stalino, di Sbrinz. I resistenti trovano sostegno pratico e spirituale nei monaci del monastero in cui Franco è stato novizio: Dom Benedetto segue in montagna le bande, disarmato, abitato da dubbi laceranti ma ancor più da un urgente sentimento di fraternità; l’Abate mette a repentaglio la vita per proteggere i partigiani che gli si sono affidati. Anche Franco, e con lui quanti sono rimasti alla Campanella e nel paese, fanno la loro parte: la Grande Storia si chiude nella piccola storia. Il racconto, scandito dalle stagioni della terra, si avvia al termine seguendo negli anni la vita dei protagonisti fino a quando il senso di avvenimenti tanto grandi sarà finalmente a loro chiaro.
La messa dell’uomo disarmato è un romanzo di altissimo valore letterario e civile, in cui batte qualcosa che interroga la nostra più sincera umanità.
La storia di questo libro
Circolato in edizione autoprodotta e autofinanziata tra il 1989 e il 1995, questo romanzo è già stato a suo modo un best seller, al di fuori del consueto mercato librario, diffondendosi “di mano in mano, da amicizia ad amicizia”.
L’editore Sironi si è imbattuto in quest’opera straordinaria e in Luisito Bianchi. Ne è nata una reciproca elezione, grazie alla quale il romanzo viene ora reso disponibile a un più vasto pubblico.
Dal sito
Nel 60° della Liberazione
“Il sangue dei nostri martiri non è andato perduto, finché c’è la possibilità di farne memoria”
Intervista con don Luisito Bianchi
a cura di Gian Carlo Storti

Quest’anno è il 60° della Liberazione. Che messaggio possiamo lanciare ai giovani che impareranno conoscere – forse – la storia sui libri?
Avete nominato la pace, il 60° della Liberazione che è anche 60° di Resistenza. Questo ideale, questa utopia, che la Resistenza e la Liberazione ci hanno squadernato davanti garantito: che ci sarebbe stato un mondo più giusto dove le cause stesse delle guerre sarebbero state rimosse, e quindi ci sarebbe stata la pace. Invece siamo in piena guerra, facciamo il 60° nel modo che sappiamo, non è che ci sia la pace nel mondo e le cause delle guerre non è che si siano eliminate e nemmeno rimosse. Anzi, sono diventate ancora più crude, più acerbe, per il contrario di quello che doveva essere il sangue versato per la libertà e per rimuovere le cause delle guerre. Che è stato versato senza interesse, quindi usiamo pure la parola: gratuitamente. Il contrario del gratuito, appunto,
è stato questo interesse che ha dominato, che lentamente è subentrato, i blocchi, il potere che è stato ricostruito su antiche basi per lo sfruttamento dell’uomo e quindi dell’uomo più debole.
Direi che il messaggio deve essere quello della pace. I sessant’anni sono stati sessant’anni di guerra. Però quell’ideale, quel sangue gratuitamente sparso e il debito che abbiamo verso quel sangue che attraverso travagli ma anche esaltazioni dell’umanità ci è stato donato è prezioso conservarlo e farlo rivivere dopo sessant’anni, quotidianamente. Perché svegliandosi, vedendo il mondo com’è non abbiamo da vergognarci di essere uomini. E finché c’è la possibilità, c’è questa speranza di un mondo nuovo per poter essere uomini, significa lavorare perché veramente l’uomo sia riconosciuto. E finché ci sarà qualcuno che pensi che sia possibile tutto questo, credo che venga onorato anche il sangue gratuitamente sparso.
Come prete posso dire questo: che il sangue di Cristo che ogni giorno si rinnova nel corpo dato, nel corpo gloriosamente crocifisso e risorto, che ha versato il suo sangue gratuitamente senza chiedere niente, devo credere che sia efficace per qualcosa, che non sia andato perduto. Come il sangue di questi che possiamo chiamare i nostri martiri, non sia andato perduto finché c’è la possibilità di farne memoria, finché ci sarà qualcuno che ne farà memoria. Ossia attualizzerà - in quel momento in cui fa memoria - quello che è stato. Poi un prete, nel buio, certo, della fede - e sottolineo questo buio - crede, contro ogni logica umana, che quel pane, quel vino gratuitamente dati sono il corpo crocifisso e glorioso di Cristo. E quindi questo suo sangue dopo duemila anni è ancora efficace proprio in quel momento in cui io faccio memoria – “fate questo in memoria di me” – e l’efficacia della presenza, l’efficacia di Dio a favore di ogni uomo ha in sé il mistero di divinità: l’uomo che diventa l’immagine di Dio, nel Cristo figlio di Dio… Pensare che sia possibile questo, pensare che diventi efficace questo non solo per la società ma anche per la chiesa che crei questa buona notizia che Dio si è fatto uomo che non solo merita ma esige il rispetto che diamo al corpo di Dio.
Come facciamo conquistare questi giovani che soffrono la diversità…
Secondo me, intanto, non bisogna conquistare nessuno. In fondo questo dualismo, questo contrasto.. Non dico che storicamente la pagina della Bibbia riporti quello che è accaduto ma la riflessione teologica ci dice che la morte è entrata proprio da parte del fratello che ha ucciso… E Dio interviene nel tagliare la spirale della violenza: guai a chi tocca chi ha ucciso, guai a chi tocca Caino. È un retaggio che ci portiamo di dentro, questa divisione. Io, nella mia esperienza di uomo e di prete, ho cercato di fare unità… che poteva essere anche una divisione, nel senso che come uomo dico così ma come prete dico diversamente. Cercare di fare una unificazione fra l’uomo e il prete. … Fare questa unificazione che ha fatto Dio, perché Dio stesso ha fatto unificazione fra l’uomo e se stesso; perché si fece uomo, svuotò se stesso, dice Paolo, svuotò la propria divinità per fare posto all’umanità. Quindi ho l’esempio della unificazione, in Dio stesso, per cui tutto quanto porta a separazione, a divisione, è contro Dio.
Questi giovani… Di analisi storiche se ne possono fare, se ne possono aggiungere altre sociologiche. Ma non hanno chiesto loro di venire al mondo in quest’epoca, in quest’epoca in cui c’è la risorgenza del nazismo, del fascismo, di tutte le dittature che sembravano già ormai condannate dalla storia stessa. Non hanno chiesto loro! Sono entrati in un mondo che abbiamo noi lasciato, una generazione che dal 45 ha potuto vivere questo l’affievolimento... diciamo pure la parola proibita: degli ideali, delle utopie per un mondo unificato, per un mondo fraterno, solidale, mondo dove i poveri avrebbero avuto la possibilità, la dignità di essere considerati uomini alla stessa stregua di tutti. Abbiamo vissuto, lentamente, con lo scorrere del tempo, questo ritorno dello sfruttamento dell’uomo al servizio dell’uomo. E siamo arrivati ad una condizione in cui i giovani… cosa hanno trovato? Hanno trovato quello che le generazioni precedenti hanno lasciato.
Quindi non è che consideri il problema dei giovani come qualcosa a se stante. I giovani si inseriscono in una tradizione. Quello che si lascia, loro raccolgono. E naturalmente se c’è una divisione di dentro – come in ogni uomo c’è questa divisione – possono raccogliere una parte e lasciare un’altra. Insomma, è che bisogna lasciare questi valori con credibilità. In modo che chi prende, dica: per lo meno ci credeva chi mi ha lasciato questo. E la credibilità è nel fare. Non è nel parlare. Nel fare, fare sì che la Parola diventi carne. La preoccupazione per i giovani credo che sia normale per le persone anziane. Ma guai se dovesse diventare l’assillo dell’anziano perché i giovani diventino come lui. I giovani devono fare la loro corsa, prendendo il testimone delle generazioni che hanno vissuto questo. È inutile dunque che chieda ai giovani qualcosa che io non posso dare o no do o non voglio dare. Si danno modelli di comportamento, scelgono loro. Insomma, è un fatto di credibilità di quello che si lascia.
È in atto, oggi, una guerra di religione?
Bisogna vedere che cos’è la religione. Io penso che Cristo non è venuto a fondare una religione. Vorrei essere brutale: è venuto a distruggere ogni religione. Il tempio fu distrutto. Nel momento della morte, dell’unità fra Dio e uomo - ha tanto amato il mondo da dare il figlio suo – il velo del tempio si strappa, il levitismo è superato, ossia il levitismo che faceva sì che ci sia una religione, che ci sia una struttura di potere.
Bisognerebbe quindi domandarci che cosa si intende per religione. Se è una struttura di potere è evidente che c’è un’altra struttura di potere e due strutture di potere possono scontrarsi. Perché vogliono predominare. Ma non è questo per me il significato di fede che credo, spero di poter dire è la mia stessa vita, il mio stesso destino.
Io scarto, ecco, la possibilità di una guerra di religione, in nome di Dio. Si strumentalizza Dio, questo sì, e strumentalizzare Dio è il peccato più grosso. Io ho parlato per la strumentalizzazione dell’uomo, ma quando si strumentalizza Dio è veramente il colmo dei colmi perché strumentalizziamo in lui quella che è la sua stessa essenza manifestataci: Dio ha tanto amato l’uomo da dare il figlio suo. Non è che lo desse in puro spirito. Lo diede perché questa Parola onnipotente che era lui si fece carne, lo diede come corpo; quindi ammazzare un uomo è ripetere il gesto che fu all’inizio il segno della nostra salvezza, la croce.
Religione un conto, può darsi che due strutture di potere entrino in conflitto, ma non credo che oggi si possa in nome di Dio.. Ché Dio è un’altra cosa. Dio ha amato, Dio è amore. Quindi ogni guerra… è tutto un interesse, è un dominio. Certo, sul cinturone dei nazzisti, sul dollaro c’è il nome di Dio perché noi vogliamo ogni nostra azione come cristiani, cattolici-cristiani… Ma sono tutte catalogazioni umane queste: chi è che mi dice “ho la fede”? È un dono! Un dono gratuito. Quindi lo saprò quando ci sarà un giudizio, nel momento in cui vedrò. Rimane solo la carità […] Ma questo è Evangelo, ed Evangelo è la buona notizia e la buona notizia non può venire da uno scontro, la buona notizia viene dall’unificazione dell’uomo. […]
Dopo 60 anni i valori di quella bandiera, parlo della bandiera della Liberazione, oggi sono i valori della bandiera multicolore, della pace, quella bandiera che Lei ha sul balcone a casa sua, a Vescovato.
Non è per scegliere la pace.. È che Dio ha scelto la pace, ha fatto pace tra cielo e terra… tra l’uomo ed egli stesso. Il sangue gratuitamente sparso 60 anni fa, che si opponeva al dominio della forza dell’uomo che strumentalizzava l’uomo, è ancora valido. Come è valido quello che fu all’inizio per chi crede o cerca di aderire al messaggio dell’Evangelo. Qui a Viboldone c’è il Giudice. È un affresco che io ho davanti ogni giorno quando annuncio la Parola, che è immandorlato nei colori della pace ed è seduto sull’arcobaleno: i colori della pace. Ha fatto pace, è avvolto nella pace, è seduto sulla pace. E c’è un omino sotto che, rannicchiato, che ha gli occhi così… da rana, che dice “adesso arriva… arriva… arriva questo piede che trafora la nuvola di pace, mi da un calcio o mi raccatta.. Un calcio per mandarmi all’inferno o mi raccatta per mandarmi alla sua destra… E ho tutti i giorni questa visione… Sono io quell’omino che non so se sarò raccattato o scalciato, però una cosa so, … che è immandorlato nei colori della pace – l’iride, no? - ed è seduto sull’arcobaleno. E alle spalle - per dire tutta la bellezza di questa abbazia – alle spalle del Cristo giudice avvolto nei colori della pace, c’è il Cristo crocifisso. Si toccano di schiena, se dovessimo tirare via le pietre. Quasi che il crocifisso dica al giudice: stai attento, guarda io sono stato innalzato per attirare tutti a me… Quindi sai quanto è costato. Fantasie, certo, non dico poetiche, utopistiche. Ma l’utopia è un non luogo. Un topos, non-luogo. Mettiamo al posto di ‘u’ qualche altra cosa: per esempio la misericordia. Il luogo della misericordia. Per esempio la pace. Il regno dell’utopia, il regno della pace, il luogo della pace. Posso mettere tutti i nomi che creano il luogo. Normalmente metto la carità: Caristopia, il luogo della gratuità. Dio mi salva gratuitamente. Come posso poi dopo, al lato pratico, non pensare che l’uomo che incontro è anche lui un segno, un luogo della gratuità di Dio. E se questa ondata si allargasse agli stati, come potrebbe uno stato aggredire l’altro se c’è questa visione utopica nella quale l’ “u” viene tolta e resa concreta con qualcosa che rispetti questa gratuità di Dio, che rispetti questa misericordia, questa rispetti questa collaborazione, in fondo questa fraternità.